Pescara sulle note di Fabrizio De André: tre giorni nei borghi d’Abruzzo, con le sue storie e il mare d’inverno
Il 23, 24 e 25 febbraio 2024 ci concediamo un weekend lungo in Abruzzo, di quelli che nascono da un pretesto e poi diventano molto di più. Il pretesto, in questo caso, è bellissimo: il concerto “PFM canta De André – Anniversary” al Teatro Massimo di Pescara. Lo spettacolo celebra il legame, ormai entrato nella memoria della musica italiana, tra la Premiata Forneria Marconi e Fabrizio De André. Un incontro artistico che, quarantacinque anni prima, unisce il rock progressivo alla poesia ruvida, colta e profondamente umana di Faber. La data pescarese è fissata per il 24 febbraio 2024 alle 21.00, al Teatro Massimo, nell’ambito del tour teatrale dedicato a quell’omaggio storico.

Partiamo quindi con l’idea di ascoltare musica, ma anche con il desiderio di respirare un po’ d’Abruzzo. Non ci interessa solo raggiungere Pescara, sederci in teatro e tornare a casa. A noi piace attraversare i luoghi, camminarli, osservarli con calma. Ci piacciono i borghi minori, le vie laterali, i negozi ancora vivi, le persone incontrate per caso. Così il viaggio prende forma intorno a Pescara, ma si allarga a Penne, Città Sant’Angelo, Montesilvano, Loreto Aprutino e Ortona.
Arriviamo con quello spirito un po’ curioso che accompagna sempre le nostre piccole fughe. L’Abruzzo ci accoglie con il suo carattere duplice: da una parte il mare Adriatico, dall’altra le colline che salgono verso l’interno. È una regione che sembra sempre stare in equilibrio tra apertura e raccoglimento. C’è il respiro ampio della costa, ma anche la vita più lenta dei borghi, dove le pietre, i mattoni e i campanili raccontano una storia più antica.
La mattina del sabato comincia con una colazione semplice e familiare: biscotti e caffè preparato con la classica Moka Bialetti. È uno di quei piccoli riti che mettono ordine alla giornata. Fuori ci aspetta Penne, e noi partiamo senza fretta, con la voglia di vedere cosa ha da raccontarci questo borgo.

Penne ci sorprende subito. È conosciuta come “Città del mattone”, perché il mattone domina negli edifici, nei palazzi e nelle tracce del centro storico. Il suo nucleo antico si articola sui colli di Colle Sacro e Colle Castello, e dal 2012 fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia. Non è un borgo che si impone con un solo monumento scenografico. Piuttosto, si lascia scoprire lentamente, strada dopo strada, con quella continuità di colori caldi che solo il mattone sa dare.
La prima vera storia del viaggio, però, non arriva da una guida turistica. Arriva da una signora anziana che incontriamo lungo il cammino. Ci chiede aiuto per scendere verso il paese. Ha paura di cadere. Cammina con passo incerto, un po’ titubante, e noi la accompagniamo volentieri. Mentre scendiamo, ci racconta della sua famiglia, delle sue difficoltà, del bisogno continuo di qualcuno che le stia vicino.
Parla tanto, e spesso ripete le stesse cose. All’inizio lo notiamo appena, poi capiamo che forse c’è qualcosa di più. Probabilmente l’età le porta qualche confusione, qualche vuoto, qualche ritorno insistente sugli stessi pensieri. Ma in quel momento non conta. Conta accompagnarla dove lei sente di dover arrivare. Conta quel breve tratto di strada condiviso. In fondo, viaggiare è anche questo: non solo vedere luoghi, ma lasciarsi raggiungere dalle persone.

Dopo averla salutata, riprendiamo la visita di Penne con un’attenzione diversa. Le strade ci sembrano ancora più vive. C’è il mercato settimanale, con il movimento quotidiano della gente del posto. Ci sono le panchine decorate con immagini ispirate a Banksy, che creano un contrasto curioso con l’atmosfera antica del borgo. Ci sono scorci improvvisi, portoni, botteghe, vetrine che sembrano resistere al tempo.
Uno dei momenti più belli arriva davanti alla vetrina di un calzolaio. È uno di quei negozi che oggi si incontrano sempre più raramente, con oggetti veri, materiali veri, mani vere dietro il lavoro. In vetrina vediamo anche un paio di stivali in stile country. Pensiamo subito a nostra figlia, alla sua passione per quel genere. Il numero è proprio il suo. Le mandiamo una foto, quasi per gioco, ma la risposta arriva chiara: le piacciono. Il prezzo è un’occasione e gli stivali sono di pelle, di quelli fatti bene, come se ne vedono ormai pochi. Li compriamo senza indugio. Anche questo diventa un ricordo del viaggio: un regalo trovato per caso, in un borgo d’Abruzzo, dentro una bottega che profuma ancora di mestiere.
Lasciamo Penne con quella soddisfazione particolare che danno i luoghi non troppo affollati. Sono posti che non consumi, ma attraversi. Non ti stordiscono, ma ti restano addosso.

La tappa successiva è Città Sant’Angelo. Il borgo si presenta elegante, ordinato, con un centro storico che conserva una forte impronta medievale. È inserito tra i Borghi più belli d’Italia e il suo impianto urbano è descritto spesso come una struttura a “spina di pesce”: un corso principale attraversa il paese, mentre le piccole vie laterali, dette “ruve”, si aprono sui lati come nervature sottili.
Prima mangiamo qualcosa di veloce, poi ricominciamo a camminare. Città Sant’Angelo invita proprio a questo: a procedere lentamente, senza la necessità di inseguire una lista di cose da vedere. Entriamo nelle chiese, osserviamo i palazzi storici, ci fermiamo davanti ai dettagli architettonici. La Collegiata di San Michele Arcangelo, con il suo impianto antico e le trasformazioni successive, racconta bene la stratificazione dei secoli. Il portale trecentesco, attribuito a Raimondo di Poggio, e la torre campanaria quattrocentesca sono tra gli elementi più significativi del borgo.
Camminando tra queste vie, sentiamo ancora una volta il fascino dei paesi che non hanno bisogno di fare rumore. Città Sant’Angelo è tranquilla ma non spenta. Ha quella vitalità discreta dei luoghi abitati, dove la bellezza non è una scenografia costruita per il turista, ma una presenza quotidiana.

Prima di rientrare verso Pescara, ci concediamo una sosta a Montesilvano. Il mare fuori stagione ci attira sempre. Non ha l’energia rumorosa dell’estate, non ha ombrelloni, file, musica e confusione. Ha invece un fascino più intimo. La spiaggia sembra più grande, l’orizzonte più pulito, il rumore delle onde più netto. Il mare d’inverno ha una malinconia leggera, ma non triste. È come se respirasse più lentamente.
Poi arriva Pescara. La città ha un carattere diverso dai borghi appena visitati. È più ampia, più moderna, più veloce, ma conserva luoghi che meritano attenzione. La giriamo a piedi, come piace a noi, fino a sommare a fine weekend più di 27 chilometri camminati. Non sono chilometri fatti per sport, ma per curiosità. Ogni strada ne chiama un’altra, ogni angolo invita a proseguire.

Uno dei punti più belli è il Ponte del Mare, grande ponte ciclopedonale che unisce le due sponde del fiume Pescara. Con i suoi 466 metri di lunghezza, è considerato il più grande ponte ciclopedonale d’Italia e uno dei maggiori d’Europa. La sua struttura separa il percorso pedonale da quello ciclabile e permette di guardare insieme il mare Adriatico e, nelle giornate limpide, il profilo dell’Appennino.
Attraversarlo è un piccolo rito urbano. Da lì Pescara sembra riassumersi in pochi elementi essenziali: il fiume, il mare, la città, il movimento delle biciclette, le persone che passeggiano, l’aria salmastra. È un ponte, ma anche un punto di osservazione. Non serve solo a passare da una parte all’altra. Serve a fermarsi un momento e guardare.
Naturalmente, la visita alla Casa natale di Gabriele d’Annunzio è quasi obbligatoria. Il museo sorge sul corso principale dell’antica Pescara, in quella parte della città che un tempo era racchiusa in una fortezza militare poi demolita negli anni dell’infanzia del poeta. La casa viene dichiarata Monumento Nazionale nel 1927 e passa successivamente sotto tutela statale.
Entrare nella casa di d’Annunzio significa avvicinarsi a una figura complessa, spesso discussa, ma centrale nella cultura italiana. Le stanze, gli oggetti, l’atmosfera domestica fanno immaginare una Pescara diversa da quella attuale, più raccolta, più antica, ancora legata alla dimensione del borgo e del fiume. È un luogo che non racconta solo la vita di un poeta, ma anche il rapporto tra memoria privata e storia nazionale.

Continuiamo a camminare tra il centro storico, le vie dello shopping, il mercato di Porta Nuova, i negozi, il lungomare. Pescara si rivela una città godibile, facile da attraversare, con quella combinazione piacevole di mare, servizi, movimento e spazi pedonali. Ci imbattiamo anche in un negozio di giochi da tavolo, dettaglio che per noi non passa mai inosservato. Sono piccole deviazioni, ma spesso sono proprio queste a rendere personale un viaggio.
Poi il tempo accelera. Guardiamo l’orologio e capiamo che è il momento di avvicinarci al teatro. La giornata si stringe intorno al motivo principale del weekend: il concerto.
Entriamo al Teatro Massimo di Pescara con l’emozione di chi sa di non assistere semplicemente a uno spettacolo, ma a un pezzo di storia musicale che continua a vivere. “PFM canta De André” non è un concerto qualsiasi. È il ritorno a un incontro che ha segnato profondamente la musica italiana. Quando la PFM accompagna De André alla fine degli anni Settanta, le sue canzoni acquistano una veste nuova: gli arrangiamenti si allargano, il rock progressivo dialoga con la parola poetica, la canzone d’autore entra in una dimensione sonora più ampia.
In questa versione celebrativa, il progetto porta sul palco musicisti legati a quella memoria e alla sua eredità. Il risultato è coinvolgente. Le canzoni di De André hanno già una forza propria, ma ascoltate dal vivo, dentro arrangiamenti così ricchi, sembrano aprirsi di nuovo. Ogni brano richiama un tempo, una stagione della vita, una frase imparata quasi a memoria. Per noi, cresciuti a pane e De André, è impossibile restare semplicemente spettatori.
La musica riempie il teatro e la serata diventa il punto più alto del viaggio. C’è la potenza della band, ma c’è anche la delicatezza dei testi. C’è la memoria di Faber, ma non come nostalgia immobile. Piuttosto come qualcosa che continua a parlare. Alla fine usciamo stanchi e felicissimi. La giornata è stata lunga, piena di passi, borghi, mare e incontri. Ma non poteva chiudersi meglio.
La domenica mattina non abbiamo voglia di rientrare subito. Sarebbe troppo brusco. Così ci concediamo ancora qualche ora d’Abruzzo, prima a Loreto Aprutino e poi a Ortona.

Loreto Aprutino ci accoglie con i suoi vicoli pittoreschi e con quella bellezza un po’ appartata dei borghi collinari. È un paese che richiama subito l’idea di una storia agricola e artigiana, legata soprattutto all’olio e alla ceramica. Il Museo dell’Olio, ospitato in un edificio progettato nelle forme di un piccolo castello in stile gotico e legato a un frantoio ottocentesco, conserva macchine e strumenti della produzione olearia, raccontando una tradizione profondamente radicata nel territorio.
Passeggiando per Loreto Aprutino, ci rendiamo conto che il fascino del borgo non sta solo nei singoli monumenti. Sta nella sua atmosfera. Nei muri segnati dal tempo, nelle stradine che salgono, nelle prospettive improvvise, nei silenzi della domenica mattina. È uno di quei luoghi che sembrano chiedere passo lento. E noi, naturalmente, glielo concediamo.

Poi proseguiamo verso Ortona, dove il viaggio assume un tono diverso. Qui la storia non è solo urbana o paesaggistica. Diventa anche religiosa, marinara, mediterranea. La tappa principale è la Basilica Cattedrale di San Tommaso Apostolo, che custodisce dal 6 settembre 1258 le reliquie dell’apostolo Tommaso, giunte dall’isola greca di Chios. Secondo la tradizione, la galea che trasporta le ossa approda proprio a Ortona in quella data, e da allora il corpo dell’apostolo e la pietra tombale sono custoditi nella cripta della basilica.
Entrare nella basilica significa entrare in una storia lunga quasi otto secoli. Le reliquie, custodite sotto l’altare maggiore, rendono Ortona una meta di pellegrinaggio internazionale. Colpisce pensare che un luogo affacciato sull’Adriatico conservi un legame così forte con l’Oriente cristiano, con Chios, con le rotte del Mediterraneo, con il cammino dei pellegrini e con la devozione di fedeli arrivati da mondi diversi.
Ortona, però, non è solo la città di San Tommaso. È anche un luogo segnato dalla sua posizione sul mare e dalla sua storia difensiva. Il Castello Aragonese, affacciato sull’Adriatico e rivolto verso la Costa dei Trabocchi, nasce nel Quattrocento in rapporto alla dominazione aragonese. Danneggiato gravemente durante la Seconda guerra mondiale e poi da un crollo nel 1946, viene in seguito restaurato e consolidato.
Anche se il nostro tempo è limitato, Ortona ci lascia l’impressione di una città forte, luminosa, stratificata. Da una parte la spiritualità della basilica, dall’altra il mare e le memorie militari. È un ultimo tuffo nella storia prima del ritorno.
Quando finalmente ripartiamo verso casa, portiamo con noi molte più cose di quelle previste. Il concerto è il motivo iniziale, ma il viaggio diventa un mosaico più ricco: la signora incontrata a Penne, gli stivali country comprati per nostra figlia, i mattoni caldi dei borghi, il mare fuori stagione, il Ponte del Mare, la casa di d’Annunzio, le canzoni di De André, i vicoli di Loreto Aprutino, le reliquie di San Tommaso a Ortona.
Sono tre giorni brevi, ma pieni. Tre giorni in cui l’Abruzzo ci mostra la sua capacità di unire costa e collina, musica e memoria, arte e vita quotidiana. E ancora una volta capiamo che il bello del viaggio non sta solo nella meta. Sta nei passaggi intermedi, nelle deviazioni, negli incontri casuali, nelle storie che si aggiungono alla nostra senza fare rumore.






































