Villach, una sorpresa cantata e suonata a cinquanta voci

Ci sono viaggi che nascono da un itinerario. Altri da una ricorrenza. Altri ancora da una piccola bugia innocente, di quelle che non servono a nascondere, ma a preparare meglio una sorpresa. Il nostro viaggio a Villach nasce così: da un anniversario di matrimonio, da un concerto tenuto segreto fino all’ultimo e da quella nostra abitudine ormai consolidata di trasformare ogni occasione in un cammino, anche quando il viaggio comincia in aereo e prosegue in automobile.

Partiamo da Brindisi con l’aria di chi sta facendo una cosa semplice, quasi ordinaria. Un volo verso Venezia, un noleggio auto all’aeroporto, qualche ora di strada verso nord. Ma dentro di me il viaggio ha già un’altra musica. Non è solo il desiderio di vedere una città nuova. C’è anche l’attesa del concerto dei Perpetuum Jazzile, gruppo vocale sloveno conosciuto per arrangiamenti a cappella moderni, pop, jazz, gospel, funk e swing, diventato celebre anche per la sua versione vocale di “Africa” dei Toto. Il loro repertorio mescola brani internazionali e sonorità costruite solo con le voci, senza strumenti tradizionali.

Naturalmente, a mia moglie non dico tutto. Le racconto del viaggio, della meta, dell’anniversario, della voglia di staccare due giorni. Ma il concerto resta lì, nascosto in tasca, come un biglietto piegato bene. Per la verità i Perpetuum Jazzile piacciono più a me che a lei. Però questo è il bello: quando si tratta di partire, camminare, scoprire, perderci dentro una città e ritrovarci alla fine della giornata con i piedi stanchi e gli occhi pieni, siamo sempre d’accordo entrambi.

Arriviamo a Venezia, ritiriamo l’auto e lasciamo lentamente alle spalle il traffico dell’aeroporto. La strada verso Villach diventa presto parte del viaggio. Dal Veneto ci spingiamo verso il Friuli, poi sempre più su, verso quella parte d’Europa in cui l’Italia comincia a sfumare nell’Austria. Il paesaggio cambia con discrezione. Le pianure lasciano spazio a profili più severi, le montagne iniziano a comparire con una presenza sempre più chiara, e noi ci sentiamo come sospesi tra due mondi: quello mediterraneo da cui arriviamo e quello alpino che ci sta aspettando.

Villach ci accoglie con quella calma ordinata delle città austriache, ma anche con un movimento vivo, quasi inatteso. Non è una città immobile da cartolina. È un luogo che respira. Si trova in Carinzia, sulle rive della Drava, in una posizione particolare, vicina al confine con Italia e Slovenia, dentro un paesaggio segnato da montagne, laghi e vie di passaggio storiche. Il centro storico è raccolto, piacevole da percorrere a piedi, e la Hauptplatz, la piazza principale, attraversa il cuore della città come un salotto urbano allungato.

Abbiamo ancora diverse ore prima della sera. Questo tempo libero, che per altri potrebbe sembrare un’attesa, per noi diventa subito esplorazione. Lasciamo l’auto, sistemiamo il minimo indispensabile e ci mettiamo a camminare. È il nostro modo naturale di prendere possesso di un luogo. Non ci basta arrivare. Dobbiamo entrarci piano, attraversarlo, ascoltarlo, guardarlo da vicino.

Le vie di Villach sono animate. C’è gente che passeggia, persone sedute ai tavolini, biciclette che passano leggere, famiglie, anziani, ragazzi, turisti e abitanti del posto mescolati in un ritmo tranquillo. Il centro non ha la frenesia delle grandi capitali, ma neppure il silenzio un po’ distante di certi luoghi troppo perfetti. Ha una misura umana. Ci piace subito per questo.

Camminiamo lungo la Hauptplatz, osservando le facciate colorate, i negozi, le insegne, gli scorci laterali. Ogni tanto ci fermiamo senza un motivo preciso. Guardiamo una vetrina, un portone, una finestra, un dettaglio architettonico. La città sembra fatta per essere attraversata senza fretta. Non impone un monumento dopo l’altro. Piuttosto invita a restare nel suo ritmo, a lasciarsi accompagnare.

Arriviamo verso la Drava, il fiume che dà a Villach una parte importante del suo carattere. L’acqua scorre con quella presenza tranquilla che spesso rende più profonde le città. I fiumi non sono solo elementi geografici. Sono linee di memoria. Attraversano i luoghi, li collegano, li dividono e li ricuciono. Qui la Drava accompagna il centro e dà aria agli spazi. Sulle sue rive, Villach sembra aprirsi di più, respirare meglio.

Naturalmente io so dove sto andando. O almeno so verso quale direzione voglio condurre i nostri passi. Ma devo farlo sembrare casuale. Così continuiamo a camminare senza una meta dichiarata. Un po’ guardiamo la città, un po’ seguiamo il flusso delle persone, un po’ ci lasciamo guidare dalla curiosità. Poi, quasi senza volerlo, arriviamo nella zona del Congress Center.

Il Congress Center Villach si trova proprio nel cuore della città, sulle rive della Drava, ed è uno dei principali spazi congressuali e culturali della Carinzia. La struttura è moderna, con una facciata vetrata e una vista che dialoga con il fiume e con il paesaggio montano circostante. Può ospitare eventi culturali, concerti, congressi, spettacoli e manifestazioni fino a circa 2.000 persone.

Io continuo a recitare la parte. Guardo l’edificio come se lo avessimo incontrato per caso. Fingo una curiosità generica. Poi ci avviciniamo alla locandina del concerto. È lì che il viaggio cambia tono.

Mia moglie legge. Prima con distrazione. Poi con un’attenzione diversa. Il nome dei Perpetuum Jazzile compare davanti a lei come un indizio improvvisamente troppo evidente. A quel punto unisce i puntini. Il viaggio, l’anniversario, l’arrivo con tante ore di anticipo, il passaggio “casuale” davanti al Congress Center. Tutto prende forma in un secondo.

Mi guarda. Io non posso più fingere.

La sorpresa è riuscita.

Non è una sorpresa urlata, non è una di quelle scene costruite per fare spettacolo. È una sorpresa semplice, bella proprio perché misurata. C’è il piacere di capire che il viaggio aveva un cuore nascosto. E c’è anche quella complicità tutta nostra, fatta di anni, di strada, di cammini, di anniversari non sempre celebrati in modo convenzionale, ma sempre vissuti cercando di aggiungere un ricordo nuovo alla nostra storia.

Prima del concerto abbiamo ancora tempo. Continuiamo a passeggiare, ma adesso tutto sembra già preparare la serata. La città resta la stessa, eppure noi la guardiamo con un’attenzione diversa. Le persone che incontriamo sembrano forse dirette anche loro verso l’evento. Le luci del tardo pomeriggio cambiano lentamente tono. I locali cominciano a riempirsi. Villach assume quella sua atmosfera di città piccola ma viva, ordinata ma non fredda, elegante senza ostentazione.

Cerchiamo qualcosa da mangiare o da bere, senza appesantirci troppo. In questi momenti non serve molto. Basta sedersi un attimo, guardare fuori, sentire che la giornata sta andando esattamente dove doveva andare. Parliamo del viaggio, della strada fatta, del fatto che siamo lì per il nostro anniversario. Lei sorride per la sorpresa. Io sorrido perché so che, anche se il gruppo piace più a me, il regalo vero non è soltanto il concerto. È esserci arrivati insieme.

Quando entriamo al Congress Center, la sensazione cambia ancora. Fuori c’è la città con le sue strade, il fiume, le vetrine, il brulicare delle persone. Dentro c’è l’attesa composta del pubblico. I teatri e le sale da concerto hanno sempre qualcosa di particolare: raccolgono voci diverse e le mettono per qualche minuto nello stesso silenzio. Tutti arrivano con la propria giornata addosso, poi le luci si abbassano e per un po’ si diventa un’unica attenzione.

I Perpetuum Jazzile salgono sul palco e subito colpisce la forza visiva del gruppo. Non è il classico concerto con strumenti, amplificatori e band disposta secondo schemi consueti. Qui lo strumento è il corpo. Sono le voci. Sono i respiri, le armonie, le mani, il ritmo costruito con la bocca, con il battito, con l’energia collettiva. La formazione è ampia, quasi corale in senso fisico prima ancora che musicale. Vedere tante persone fondersi in un solo suono è già di per sé qualcosa di emozionante.

Poi cominciano a cantare.

La cosa che sorprende ogni volta, anche quando si conosce già il genere, è la capacità di far dimenticare l’assenza degli strumenti. Dopo pochi minuti non pensiamo più che manchino chitarre, tastiere, batteria o fiati. Al contrario, ci sembra che ci sia tutto. Le voci costruiscono bassi profondi, ritmi, armonie, aperture melodiche, effetti sonori. Ogni cantante è una parte di un meccanismo enorme e leggerissimo. Nessuno prevale davvero sugli altri, eppure ogni dettaglio è necessario.

Gli arrangiamenti moderni trasformano brani noti della musica leggera internazionale in qualcosa di diverso. Non sono semplici cover. Sono riletture. C’è il piacere del riconoscimento, quando una melodia familiare arriva all’improvviso e il pubblico la afferra prima ancora che venga dichiarata. Ma c’è anche la sorpresa di sentirla rinascere con un colore nuovo, più vocale, più umano, quasi più fisico.

Mia moglie ascolta con attenzione. Io ogni tanto la guardo, cercando di capire se la sorpresa funziona davvero. E sì, funziona. Magari non con la stessa passione da appassionato che ho io, ma con quella disponibilità bella di chi si lascia portare. Del resto, il viaggio è anche questo: non scegliere sempre ciò che già amiamo entrambi allo stesso modo, ma regalarci a vicenda pezzi dei nostri mondi.

Mentre il concerto procede, penso a quanto sia particolare festeggiare un anniversario così. Non con una cena programmata sotto casa, non con un oggetto da conservare, ma con un piccolo spostamento geografico e sentimentale. Brindisi, Venezia, la strada verso l’Austria, Villach, la Drava, il centro storico, la locandina scoperta “per caso”, una sala piena di musica fatta solo di voci. Ogni passaggio sembra aggiungere un tassello.

La musica dei Perpetuum Jazzile ha una qualità quasi architettonica. Si costruisce per strati. Prima una base ritmica, poi un basso vocale, poi le armonie, poi la melodia principale, poi piccoli effetti che sembrano venire da strumenti invisibili. A volte l’insieme è potente, quasi travolgente. Altre volte diventa delicato, sospeso, capace di far sentire il respiro delle persone sul palco. È musica che non nasconde la fatica e la precisione necessarie per sembrare naturale.

Alla fine del concerto, l’applauso arriva pieno. Non è solo approvazione. È gratitudine. C’è qualcosa di profondamente umano nel vedere cinquanta persone usare soltanto la voce per creare un mondo sonoro così ricco. In un’epoca in cui tutto può essere prodotto, modificato, corretto e moltiplicato dalla tecnologia, quel tipo di esibizione ricorda la potenza elementare del corpo umano quando lavora insieme ad altri corpi, con disciplina, ascolto e armonia.

Usciamo dal Congress Center con quella sensazione particolare che si prova dopo un bello spettacolo. La città fuori è più silenziosa. Le luci si riflettono sulle superfici, l’aria della sera è fresca, il fiume continua a scorrere senza curarsi della nostra emozione. Camminiamo verso l’alloggio più lentamente di prima. Non abbiamo bisogno di parlare molto. Quando una giornata riesce bene, spesso non serve commentarla subito.

Andiamo a dormire appagati. Stanchi, sì, ma di quella stanchezza buona che non pesa. Abbiamo attraversato aeroporti, strade, confini, vie cittadine e musica. In due giorni appena, siamo riusciti a mettere dentro un piccolo viaggio internazionale, un anniversario, una sorpresa e un concerto che resterà nella memoria.

Il mattino dopo Villach ci appare con un velo diverso. La luce del giorno restituisce alla città il suo ordine quotidiano, ma per noi c’è già l’ombra della partenza. È sempre così con le vacanze brevi: quando cominci davvero ad abituarti al luogo, arriva il momento di lasciarlo. Facciamo ancora due passi, forse un’ultima occhiata al centro, forse un ultimo passaggio vicino alla Drava. Ogni cosa sembra dirci che siamo stati qui troppo poco.

Eppure non sempre la durata decide l’intensità di un viaggio. A volte bastano due giorni se dentro quei due giorni c’è una ragione forte. Villach non diventa per noi solo una città austriaca visitata di passaggio. Diventa il luogo di un anniversario. Il luogo di una sorpresa riuscita. Il luogo in cui una locandina letta “casualmente” cambia il senso della giornata. Il luogo in cui scopriamo ancora una volta che viaggiare insieme non significa soltanto vedere posti nuovi, ma continuare a costruire una storia comune.

Riprendiamo l’auto verso Venezia con un po’ di malinconia. La strada del ritorno ha sempre un peso diverso da quella dell’andata. All’andata tutto deve ancora accadere. Al ritorno tutto è già memoria. Le montagne restano alle spalle, poi il paesaggio cambia di nuovo, l’Austria sfuma nel Friuli, il Friuli nel Veneto, e l’aeroporto ci riporta alla dimensione pratica del viaggio.

Ma dentro resta altro.

Resta Villach con le sue strade vive. Resta la Drava che scorre accanto al centro. Resta il Congress Center illuminato. Restano le voci dei Perpetuum Jazzile che riempiono la sala senza bisogno di strumenti. Resta lo sguardo di mia moglie quando capisce la sorpresa. Resta la conferma che, anche dopo tanti anni, un anniversario può ancora diventare un piccolo segreto da svelare al momento giusto.

E mentre torniamo, con la breve vacanza già finita e un filo di tristezza addosso, sappiamo anche un’altra cosa: non è stata una fuga qualunque. È stata una parentesi piccola, ma piena. Una di quelle che non occupano tanto spazio sul calendario, ma trovano facilmente posto nella memoria.