Pietra chiara, mare e gatti: Malta a passo lento
Tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre del 2023 arriviamo a Malta con una valigia leggera e un’intenzione precisa: non vogliamo limitarci a visitare l’isola, vogliamo attraversarla. Non cerchiamo soltanto monumenti, fotografie e cartoline. Cerchiamo il passo, la luce, gli odori, le voci, le scale, i vicoli, il mare che appare all’improvviso tra due palazzi di pietra color miele.
Il nostro viaggio dura una settimana, compresi l’andata e il ritorno in aereo. Sette giorni pieni, intensi, camminati fino in fondo. Alla fine il contapassi racconta più di 130 chilometri percorsi a piedi. Non sono chilometri messi insieme per caso. Sono strade, salite, discese, lungomare, bastioni, scalinate, moli, piazze, chiese, mercati, silenzi, traghetti e improvvisi cambi di luce.

Malta ci accoglie con una temperatura mite, quasi sospesa. È autunno sul calendario, ma il Mediterraneo qui sembra trattenere ancora un residuo d’estate. L’aria è tiepida durante il giorno, più fresca la sera, quando una giacca leggera basta per restare fuori. Il mare non è solo sfondo: è presenza continua. A volte è blu profondo, a volte verde, a volte grigio argento sotto le nuvole. Anche quando non lo vediamo, lo sentiamo vicino.
La prima impressione è la pietra. Malta è costruita con una pietra chiara, calda, porosa, che sembra assorbire il sole e restituirlo lentamente. I palazzi, le chiese, i balconi chiusi in legno, le mura fortificate, le scale e perfino certi marciapiedi sembrano appartenere alla stessa materia. È come se l’isola fosse stata scolpita da un unico blocco di roccia dorata.

La Valletta si presenta subito come una città compatta e verticale. Entriamo tra mura severe, strade dritte, prospettive ordinate, discese che precipitano verso il mare e salite che mettono alla prova le gambe. Camminiamo con lo sguardo sempre in movimento. Guardiamo le facciate, le insegne inglesi, le targhe, i balconi colorati, le chiese incastonate tra palazzi civili, i portoni massicci, le nicchie con i santi, gli stemmi, le pietre consumate.
La città porta addosso secoli di storia. C’è il ricordo dei Cavalieri di San Giovanni, c’è la lunga ombra dell’Impero britannico, c’è una vicinanza all’Italia che si sente nei nomi, nei sapori, nei gesti e perfino in certe parole comprese al volo. Malta è maltese e inglese, ma in molti casi sa essere anche un po’ italiana. Nei bar, nei negozi, nelle biglietterie e negli incontri casuali capita spesso che qualcuno capisca l’italiano. Soprattutto le persone meno giovani lo parlano con naturalezza, magari con qualche pausa, ma con quella familiarità che nasce da decenni di vicinanza culturale, televisiva e linguistica.
Il primo rito del mattino diventa presto la colazione. Non una colazione frettolosa, ma un piccolo rifornimento prima delle lunghe camminate. I cornetti sono generosi, grandi, pieni, quasi sproporzionati rispetto all’idea italiana del cornetto da bar. Arrivano sul tavolo con il caffè, con il cappuccino o con un succo, e sembrano dirci che la giornata sarà lunga. Fuori il traffico si muove già a sinistra, memoria viva dell’Inghilterra. Le prese elettriche, la segnaletica, certe cabine telefoniche rosse, alcuni nomi di strade e l’uso disinvolto dell’inglese confermano che il passato britannico non è una pagina chiusa: è ancora dentro la vita quotidiana.

Valletta la attraversiamo più volte. Ogni volta cambia. Di mattina è chiara, operosa, attraversata da gruppi di turisti e impiegati. A mezzogiorno si raccoglie attorno agli Upper Barrakka Gardens. Da lì il Grand Harbour si apre come un teatro d’acqua. Di fronte ci sono le Tre Città, con Birgu, Senglea e Cospicua adagiate sulle loro penisole fortificate. Sotto, le barche tagliano il porto. Sopra, le mura raccontano il bisogno antico di difendersi.
Poco prima di mezzogiorno l’attesa cresce. Alla Saluting Battery i cannoni sono pronti. Il gesto è cerimoniale, quasi teatrale. I visitatori si sistemano, le macchine fotografiche si alzano, qualcuno controlla l’orologio. Poi il colpo parte. Il rumore attraversa il porto e rimbalza sulle pietre. Non è soltanto uno sparo per turisti. È un frammento di storia che torna a farsi sentire, un modo concreto per ricordare che Malta è stata isola militare, porto strategico, fortezza, punto di passaggio e di controllo nel cuore del Mediterraneo.
Dagli Upper Barrakka scendiamo con l’ascensore panoramico. È un’esperienza breve, ma memorabile. In pochi secondi la città alta si collega al livello del porto. La cabina scivola lungo il bastione e il panorama si apre in verticale: mura, acqua, banchine, tetti, cupole, navi, sole. Quell’ascensore non è solo un mezzo comodo. È una piccola sintesi di Valletta: una città costruita in alto, difesa dalla roccia, ma continuamente richiamata dal mare.

Il traghetto verso le Tre Città diventa uno dei momenti più belli. Dal mare Valletta appare diversa. Le mura non sono più soltanto strade e facciate: diventano una massa compatta, quasi una nave di pietra. Dall’altra parte, Birgu ci accoglie con vicoli più quieti, meno affollati. Qui il passo rallenta. Entriamo in stradine silenziose, osserviamo porte colorate, piante sui davanzali, panni stesi, piccole statue devozionali. Malta non è solo monumento. È anche vita domestica esposta alla luce.
A Birgu incontriamo uno dei dettagli più inattesi e più emozionanti per chi ha già nel cuore il cammino: il riferimento al Camino Maltés de Santiago de Compostela. Malta non è solo arrivo o isola da visitare. È anche punto di partenza. Dal territorio maltese parte infatti un itinerario che idealmente conduce fino a Santiago, attraversando il Mediterraneo e poi la Spagna. La pietra, il cippo, il segno che indica la direzione e i chilometri mancanti trasformano per un attimo il viaggio in qualcosa di più grande. Lo guardiamo con particolare attenzione, perché conosciamo il significato di quei segnali. Sappiamo cosa vuol dire camminare verso Santiago. E lì, davanti a quella indicazione, percepiamo una continuità: ogni cammino può ricominciare anche da un’isola.

La visita alle chiese diventa un altro filo del viaggio. Malta ne è piena. Ogni paese sembra avere una cupola, una facciata importante, un altare ricco, una devozione forte. Entrare in una chiesa maltese significa passare dal sole abbagliante della strada a un interno spesso solenne, dorato, decorato. Le navate custodiscono marmi, tele, statue, lampadari, pavimenti elaborati. La fede qui non appare come elemento secondario. È parte dell’identità dell’isola, della sua architettura e della sua memoria.
La Concattedrale di San Giovanni, a Valletta, è una delle soste più intense. Fuori può sembrare severa, quasi contenuta. Dentro esplode. L’oro, le decorazioni, le cappelle laterali, i pavimenti tombali, le volte dipinte e la presenza di Caravaggio creano una densità visiva quasi travolgente. Procediamo lentamente, come se il passo dovesse adattarsi al peso della storia. Non basta guardare. Bisogna sostare, alzare gli occhi, abbassarli, tornare indietro, lasciarsi sorprendere dai dettagli.

Un giorno ci porta verso Mdina e Rabat, sull’isola maggiore. Mdina appare come una città sospesa, silenziosa, elegante. Viene chiamata la città silenziosa, e il nome sembra meritato. Le strade sono strette, pulite, chiuse tra alte pareti di pietra. Ogni curva apre un’inquadratura perfetta: un portone, una lanterna, una finestra, una piccola piazza, un balcone. Il silenzio qui non è vuoto. È una specie di rispetto. Rabat, poco distante, ha un carattere più quotidiano, ma custodisce luoghi profondamente legati alla tradizione cristiana maltese, come l’area delle catacombe e della memoria paolina.
Camminiamo ancora, molto. Da una località all’altra, da un centro abitato a un punto panoramico, da una chiesa a un bastione. Le gambe cominciano a sentire i chilometri, ma il desiderio di vedere resta più forte della stanchezza. Malta sembra piccola sulla carta, ma a piedi si dilata. Ogni spostamento rivela salite, deviazioni, marciapiedi irregolari, incroci, scale, scorci. L’isola non si concede tutta in una volta. Richiede attenzione.

Marsaxlokk porta un cambio di atmosfera. Il porto dei pescatori, con le barche colorate e gli occhi dipinti sulle prue, è una Malta più marina, più popolare, più distesa. Il mercato, i ristoranti, l’odore di pesce, le reti, i colori vivaci delle luzzu sul mare danno alla giornata un ritmo diverso. Qui i sapori diventano protagonisti. Il pesce fresco, i piatti semplici, il pane maltese, l’olio, i capperi, le olive, le preparazioni che sanno di Mediterraneo. Malta è anche questo: un incontro di cucine, tra mondo siciliano, inglese, arabo-mediterraneo e identità locale.
Non mancano i pastizzi, assaggiati magari durante una pausa veloce. Piccoli, caldi, friabili, ripieni di ricotta o piselli, sono una tentazione economica e concreta. Dopo chilometri di cammino diventano più di uno spuntino: sono carburante. Si mangiano camminando, seduti su una panchina, davanti a una fermata o in una piazza. Restano sulle dita briciole di sfoglia e unto leggero, mentre intorno passano autobus, studenti, anziani, turisti, lavoratori.
La costa alterna dolcezza e severità. Ci sono baie più morbide e tratti rocciosi, insenature, promontori, scogliere. Quando raggiungiamo punti panoramici come le Dingli Cliffs, lo sguardo si allunga su un mare immenso. La terra finisce bruscamente e il Mediterraneo prende tutto lo spazio. Il vento muove i vestiti, asciuga il sudore, porta odore di sale e vegetazione bassa. In quei momenti la fatica dei chilometri si scioglie. Restano il mare, il cielo, la roccia e una sensazione di libertà.

In altri momenti Malta mostra il suo lato più abitato e moderno: Sliema, St Julian’s, il lungomare, gli alberghi, i locali, le costruzioni nuove, la vita più veloce. Anche qui, però, basta guardare meglio per trovare un gatto disteso su un muretto, una piccola edicola, una discesa verso l’acqua, una signora che parla con qualcuno dalla porta di casa.
I gatti diventano una presenza costante del viaggio. Sono ovunque: nei vicoli, nei porti, vicino alle chiese, tra le auto, nei giardini, sulle panchine, accanto ai ristoranti. Non sembrano randagi nel senso triste del termine. Sembrano abitanti riconosciuti.
Colpisce la cura che molti maltesi hanno per loro. Vediamo ciotole con acqua e cibo, ripari, piccole casette, angoli dedicati. In alcuni punti sembrano veri e propri villaggi felini. I gatti osservano, sonnecchiano, si avvicinano con cautela, accettano una carezza o la ignorano con regale indifferenza. Iniziamo quasi a contarli, poi rinunciamo. Sono troppi. Malta, oltre che isola di pietra e mare, è anche isola di gatti.

Il trasferimento a Gozo cambia nuovamente il passo. Il traghetto introduce una pausa, una soglia. Lasciare l’isola maggiore per l’isola più piccola significa entrare in un tempo diverso. Gozo appare più tranquilla, più rurale, meno compressa. Le distanze sembrano più lente, i paesi più raccolti, le piazze dominate da chiese grandi rispetto alle dimensioni degli abitati. Qui il silenzio pesa meno e respira di più.
Raggiungiamo Victoria, chiamata anche Rabat, il cuore di Gozo. La Cittadella domina la città e l’isola. Salire verso le mura significa conquistare un punto di osservazione straordinario. Da lassù Gozo si apre in tutte le direzioni: colline, campi, case chiare, campanili, strade, mare in lontananza. La Cittadella non è solo un belvedere. È una fortezza, una memoria militare e civile, un luogo che racconta paura, difesa, dominio, comunità. Camminare lungo i bastioni permette di comprendere la geografia dell’isola meglio di qualsiasi mappa.
Anche a Gozo visitiamo chiese. La Cattedrale dell’Assunta nella Cittadella, le basiliche nei paesi, le facciate imponenti che sembrano emergere da centri abitati piccoli e raccolti. Ogni chiesa appare come il cuore simbolico del villaggio. Le piazze davanti agli ingressi sono luoghi di passaggio, incontro e sosta. Qui la religione si intreccia con la socialità, con le feste, con le bande, con le tradizioni locali.
Victoria offre anche strade vive, negozi, piccole botteghe, caffè. Dopo tanta pietra militare, è bello tornare a una dimensione quotidiana. Camminiamo senza fretta tra vetrine e piazze, guardiamo la gente, ascoltiamo lingue diverse. Inglese, maltese, italiano, qualche francese, qualche tedesco. Malta e Gozo sono piccole, ma il mondo passa continuamente di qui.

Il mare di Gozo ha un carattere diverso. È più aperto, più ruvido, più essenziale. Le coste sembrano meno urbane e più naturali. Anche dove il turismo è presente, l’isola mantiene un tono più basso. Camminiamo tra panorami, salite, strade secondarie, villaggi e scorci improvvisi. La fatica qui assume un sapore particolare. Ogni chilometro sembra guadagnato dentro un paesaggio più largo.
Nel corso della settimana tocchiamo le principali cittadine, attraversiamo quartieri, porti, centri storici e periferie. A volte prendiamo mezzi pubblici per avvicinarci a un punto, ma poi il viaggio vero continua sempre a piedi. È camminando che ci accorgiamo dei dettagli: il gatto addormentato su una sedia di plastica, il balcone verde su una facciata ocra, l’odore di pane, la targa in inglese, il nome italiano di una strada, la statua di un santo, il rumore del mare dietro un muro, la cupola che appare tra i tetti.
La storia di Malta non resta confinata nei musei. È nelle fortificazioni dei Cavalieri, nelle chiese barocche, nei palazzi istituzionali, nei porti militari, nei nomi britannici, nelle abitudini inglesi, nella guida a sinistra, nella lingua parlata, nella memoria della Seconda guerra mondiale, nel rapporto continuo con l’Italia e con la Sicilia. Malta sembra un punto piccolo sulla carta, ma è stata per secoli un nodo enorme. Chi controlla Malta controlla una porta del Mediterraneo. Questa consapevolezza accompagna molte visite, anche quando non viene detta.

La sera, dopo giornate da venti e più chilometri, il corpo chiede tregua. I piedi sono stanchi, le gambe pesanti, ma la mente resta piena. A cena i sapori diventano racconto: zuppe, pesce, coniglio alla maltese, pasta con influenze italiane, dolci, birra locale, piatti semplici e porzioni generose. Ogni cena è anche un bilancio della giornata. Riguardiamo le foto, ricostruiamo il percorso, controlliamo i chilometri. Poi, quasi sempre, scopriamo che il numero è più alto del previsto.
Il viaggio di ritorno arriva troppo presto. L’ultima mattina ha il sapore particolare delle partenze. Camminiamo ancora, ma con uno sguardo diverso. Ogni cosa sembra diventare saluto: il bar della colazione, il cornetto grande, la luce sulle pietre, l’autobus che passa, il gatto sul marciapiede, il mare tra due edifici, una cupola lontana. L’aereo ci riporta via, ma Malta resta addosso.
Resta come un’isola di pietra chiara e vento. Resta come una settimana di passi, più di 130 chilometri messi uno dopo l’altro. Resta come un viaggio di coppia, vissuto non solo guardando gli stessi luoghi, ma attraversandoli insieme. Resta come un ponte tra Mediterraneo e Nord Europa, tra cattolicesimo e memoria militare, tra lingua maltese, inglese e italiano, tra porti e bastioni, tra gatti e cannoni, tra chiese silenziose e colazioni abbondanti.
E resta soprattutto quella sensazione rara che appartiene ai viaggi fatti camminando: la certezza di non aver soltanto visitato Malta, ma di averla ascoltata con i piedi.







































































