Due mari di colori: 53 km a piedi nel cuore del Salento
Il 19 maggio 2024 è una domenica particolare.
A Casarano si festeggia San Giovanni Elemosiniere, patrono della città. Le strade iniziano lentamente a prepararsi alla festa, alle luminarie, alle persone che nel corso della giornata riempiranno il centro. Noi però scegliamo altro. Non perché non amiamo la nostra terra, ma forse proprio perché la amiamo profondamente e sentiamo il bisogno di viverla in modo diverso, lontano dalla confusione.

Da tempo custodiamo un’idea semplice e ambiziosa allo stesso tempo: attraversare il Salento a piedi, da costa a costa, partendo dal mare Adriatico per arrivare allo Ionio in una sola giornata. Una linea immaginaria che collega Otranto a Gallipoli passando attraverso paesi, campagne, strade bianche e silenzi.
La partenza da Otranto alle 5:40

Non fissiamo subito la data. Sappiamo solo che dovrà essere tra fine maggio e inizio giugno. In quel periodo le giornate sono lunghe, la luce accompagna il cammino fino a sera inoltrata e il caldo non è ancora quello feroce dell’estate salentina. Alla fine scegliamo questa domenica di maggio.
La preparazione è quasi minimale. Nessuna attrezzatura particolare, nessun supporto tecnico sofisticato. Solo uno zaino leggero, acqua, un panino, qualche snack e tanta voglia di camminare. Ormai abbiamo imparato che i viaggi più belli spesso nascono proprio dalla semplicità.
Nostro figlio ci accompagna in auto fino a Otranto. Quando arriviamo è ancora buio. Alle 5:40 siamo davanti al mare Adriatico, nel silenzio quasi irreale della città che si sta appena svegliando.
Otranto ha sempre qualcosa di magnetico. È la città più orientale d’Italia, la porta d’Oriente del Salento, un luogo che nei secoli ha visto passare popoli, mercanti, eserciti e pellegrini. Le mura aragonesi sembrano custodire ancora tutte quelle storie. Il porto riposa immobile sotto una leggera foschia e il Castello domina il centro storico come un guardiano silenzioso. A quell’ora la città è nostra. Nessun turista, nessun rumore. Solo il mare e i nostri passi.
Partiamo.
L’aria è fresca, umida, e la nebbia rende il paesaggio quasi sospeso. Camminare all’alba ha qualcosa di profondamente intimo. Il corpo è ancora leggero e la mente non riesce nemmeno a immaginare davvero cosa significhino cinquantatré chilometri. Tutto sembra possibile.

Poco fuori Otranto incontriamo subito il primo imprevisto.
Uno dei sentieri studiati sulle mappe è chiuso da muri e passaggi ostruiti. È il classico momento in cui ci si rende conto che tra il mondo perfetto degli smartphone e la realtà c’è sempre una certa distanza. Per evitare un lungo giro decidiamo di superare l’ostacolo camminando sui muretti. Lo facciamo lentamente, cercando equilibrio tra pietre costruite da mani pazienti. In fondo il Salento è anche questo: una terra fatta di confini di pietra, ulivi e fatica contadina.
Man mano che ci allontaniamo dalla costa, il paesaggio cambia. Il blu del mare lascia spazio al verde argentato degli ulivi. Attraversiamo campagne silenziose dove il tempo sembra rallentare. I fichi d’India delimitano i terreni, le pajare compaiono qua e là tra gli alberi e le strade sterrate diventano la nostra compagnia per lunghi tratti.

Palmariggi arriva quasi senza preavviso. È uno di quei piccoli paesi dell’entroterra salentino che rischiano spesso di passare inosservati, ma che custodiscono un’anima autentica. Le strade sono vuote, le persiane ancora chiuse, e il silenzio della domenica mattina rende tutto più immobile. Attraversiamo il paese rapidamente, quasi in punta di piedi.
Il ritmo è buono e le gambe rispondono bene. La nebbia lentamente si dissolve, anche se il sole continua a nascondersi dietro un cielo grigio che, almeno per il momento, ci protegge dalla fatica del caldo.
Arriviamo a Maglie che è ancora mattina presto.

Maglie è diversa dagli altri paesi attraversati fino a quel momento. Più viva, più dinamica, quasi una piccola capitale dell’entroterra salentino. Da sempre è un crocevia commerciale importante e si percepisce subito quel carattere elegante e operoso che la distingue. Le strade iniziano lentamente ad animarsi mentre entriamo in un bar per fare colazione.
Sedersi dopo tante ore di cammino già iniziate ha un sapore particolare. Il cappuccino caldo e il cornetto sembrano quasi un premio. Il titolare del bar ci guarda incuriosito e ci chiede dove siamo diretti. Quando gli raccontiamo che vogliamo arrivare a Gallipoli entro sera, ci osserva con quella miscela di stupore e incredulità che ormai conosciamo bene. Sorride, forse pensando che siamo un po’ pazzi. Forse lo siamo davvero.
Ripartiamo.

La parte centrale del percorso è probabilmente la più affascinante. Le strade asfaltate diventano poche e lasciamo spazio a tratturi, sentieri rurali e strade bianche immerse nella campagna. Camminare lontano dal traffico ci permette di entrare davvero dentro il territorio. Si sentono gli odori della terra, il vento tra gli alberi, il canto degli uccelli. Ogni tanto qualche masseria compare all’orizzonte, isolata e silenziosa.
Tra Maglie e Collepasso il sole decide finalmente di uscire. Non resta a lungo, ma abbastanza da far salire rapidamente la temperatura. È il momento giusto per fermarci a mangiare il nostro panino.
Ci sediamo per terra, all’ombra, in mezzo alla campagna. Il silenzio è quasi assoluto. È uno di quei momenti semplici che finiscono per diventare indimenticabili. Però il corpo, appena si rilassa, presenta subito il conto. Quando proviamo a ripartire, le gambe sembrano improvvisamente più pesanti.
Riprendere il ritmo richiede forza mentale più che fisica.

Entriamo a Collepasso nel primo pomeriggio. Il paese appare tranquillo, quasi addormentato sotto la luce tiepida della domenica. Troviamo un bar aperto lungo la strada principale ed entriamo soprattutto per riempire le borracce ma anche per prendere un caffè. Anche qui nasce inevitabilmente una conversazione. Raccontiamo il nostro percorso e il titolare, con ottimismo tutto salentino, ci rassicura dicendo che Gallipoli ormai è vicinissima.
Noi sorridiamo senza contraddirlo.
Sappiamo bene che i chilometri mancanti sono ancora tanti. Ma quando si vive sempre in automobile, le distanze perdono significato. Sedici chilometri possono sembrare nulla. A piedi, dopo quasi quaranta chilometri già percorsi, diventano invece una sfida enorme.
Lasciamo Collepasso e la fatica inizia davvero a farsi sentire.

Il tratto tra Parabita e Alezio è lungo, silenzioso e mentale. Le campagne sembrano non finire mai. Il paesaggio cambia lentamente mentre ci avviciniamo alla costa ionica. L’aria diventa diversa, più morbida, quasi marina.
Parabita resta ai margini del nostro percorso, appena sfiorata. Eppure anche da lontano si percepisce il fascino di questo centro arroccato, con il suo legame antico con la civiltà contadina e con quella parte di Salento meno turistica ma incredibilmente autentica.
Poi arriva Alezio, ormai nel pomeriggio inoltrato. Qui si sente già la vicinanza di Gallipoli. Nei secoli Alezio è stata una città importante della Messapia antica e ancora oggi conserva un’identità forte, quasi sospesa tra entroterra e mare.
A questo punto la stanchezza è enorme. I piedi fanno male, le spalle pesano, ogni salita sembra più ripida di quanto sia realmente. Ma accade anche qualcosa di strano: superata una certa soglia, il corpo smette quasi di protestare e si entra in una specie di ritmo ipnotico fatto soltanto di passi.
Nel frattempo abbiamo anche il supporto morale di nostro figlio che ci segue da lontano in auto, pronto a recuperarci appena arrivati.
Poi finalmente compare Gallipoli.

L’arrivo non è improvviso. Prima si percepisce nell’aria. Poi nei rumori, nel traffico, nella luce diversa del mare occidentale. E infine eccolo lì, lo Ionio.
Dopo quasi tredici ore di cammino siamo arrivati dall’altra parte del Salento.
Guardiamo il mare in silenzio. È un momento difficile da spiegare. Non c’è euforia rumorosa, non ci sono celebrazioni. Solo una felicità piena e quieta.
Siamo partiti all’alba da Otranto e arriviamo a Gallipoli prima che il buio inghiotta il giorno. Abbiamo attraversato campagne, paesi, sentieri e strade secondarie. Abbiamo visto due mari nello stesso giorno usando soltanto le nostre gambe.
Quando ci lasciamo cadere sui sedili dell’auto siamo distrutti.

I giorni successivi sono complicati.
I muscoli protestano, il corpo rallenta, perfino scendere dal letto richiede attenzione. Ma dentro resta qualcosa che va molto oltre la fatica.
Resta la consapevolezza che il Salento, attraversato lentamente, racconta storie che spesso chi corre non riesce nemmeno a vedere.
E resta soprattutto quella sensazione bellissima di aver trasformato un desiderio custodito a lungo in qualcosa di reale, concreto, vissuto passo dopo passo insieme.


