Tunisia in auto: un Natale alternativo dove la casa è la strada stessa
Arriviamo in Tunisia via mare, giusto l’antivigilia di Natale, con quella sensazione particolare che accompagna i viaggi in traghetto: non stiamo semplicemente partendo, stiamo portando con noi un pezzo della nostra quotidianità. La nostra automobile sale sulla nave come una promessa di libertà. Sappiamo già che non vogliamo limitarci a un soggiorno ordinato, prevedibile, guidato da orari e trasferimenti organizzati. Vogliamo attraversare il Paese con i nostri tempi, fermarci dove ci incuriosisce una strada, deviare quando un paesaggio ci chiama, entrare nella Tunisia più vera, quella che non si mostra subito e che spesso resta lontana dai grandi centri.
Partiamo con la voglia di vedere, ma soprattutto di capire. Decidiamo di evitare, almeno per quanto possibile, le grandi città come Tunisi e Sfax. Non perché non meritino attenzione, ma perché il nostro viaggio cerca altro. Cerchiamo la Tunisia dei paesi più piccoli, delle strade interne, delle botteghe, dei mercati, dei volti che salutano anche senza conoscerti. Cerchiamo la Tunisia rurale, quella delle case basse, dei carretti, dei caffè pieni di uomini seduti a osservare il giorno, dei venditori che sembrano comparire ovunque, perfino dove non ti aspetteresti mai di trovarli.

La nostra base è Mahdia. La scegliamo come punto d’appoggio e, giorno dopo giorno, la sentiamo diventare un piccolo approdo. Mahdia ha una storia antica e importante: è stata capitale fatimide nel X secolo e conserva ancora il fascino di una città di mare raccolta, discreta, molto diversa dalle mete più affollate della Tunisia turistica. La sua posizione sul Mediterraneo, la medina, il porto e l’atmosfera di città marinara la rendono una base perfetta per noi, che vogliamo partire ogni mattina e rientrare la sera con addosso la polvere della strada e negli occhi un Paese sempre diverso.
Ogni giorno saliamo in macchina e maciniamo chilometri su chilometri. La Tunisia ci appare subito come un Paese che va capito attraversandolo. Non basta arrivare in un luogo: bisogna vedere cosa succede lungo la strada. Le distanze diventano parte del racconto. Viaggiamo con una libertà quasi dimenticata, anche perché il costo del carburante è incredibilmente basso rispetto ai prezzi italiani. Ci rendiamo conto che lì la benzina costa meno del GPL in Italia, e questa cosa cambia completamente il modo di muoversi. Non contiamo ogni chilometro con l’ansia della spesa. Possiamo spingerci più lontano, sbagliare strada, tornare indietro, fare una deviazione, seguire un’intuizione.
Anche le autostrade ci sorprendono. Percorriamo tratte lunghe spendendo cifre che, per noi, sembrano quasi simboliche: poco più di un euro per distanze che in Italia avrebbero tutt’altro peso. Ma la cosa più strana non è solo il costo. È il modo in cui la strada vive. Sull’autostrada incontriamo venditori, presenze improvvise, scene che non appartengono al nostro modo europeo di immaginare la circolazione. La Tunisia ci mostra subito la sua natura contraddittoria: semplice e complessa, povera e generosa, caotica e accogliente.

Il traffico, soprattutto nelle città più grandi, richiede nervi saldi. Le regole esistono, ma sembrano spesso interpretate con grande libertà. Le auto si infilano ovunque, i clacson diventano una lingua parallela, i pedoni attraversano con una sicurezza che a noi pare audacia, e ogni incrocio sembra una piccola trattativa collettiva. Per guidare in Tunisia bisogna essere svezzati al caos. Bisogna accettare che la prudenza non basta: serve attenzione continua, serve intuito, serve anche un po’ di coraggio. Eppure, superato il primo impatto, impariamo a leggere quel disordine. Non lo amiamo sempre, ma lo comprendiamo meglio. È parte della vita quotidiana, del ritmo, della necessità.

Quello che ci colpisce di più, però, sono le persone. In Tunisia ci sentiamo spesso osservati, ma quasi mai respinti. Anzi, il saluto arriva con facilità. A volte basta uno sguardo, un sorriso, un cenno della mano. Ci accorgiamo che gli italiani sono generalmente benvoluti. La gente si mostra affabile, curiosa, cordiale. Anche quando la comunicazione è fatta di poche parole, resta il desiderio di accogliere. In molti luoghi non siamo turisti da convincere, ma stranieri da salutare. Questa differenza la percepiamo forte.
Ci sorprende la felicità apparente di molte persone, o almeno una forma di leggerezza che resiste nonostante le difficoltà evidenti. Vediamo povertà, vediamo abitazioni essenziali, vediamo strade sporche, vediamo un livello generale di igiene e pulizia che spesso ci lascia perplessi. Non possiamo far finta di nulla. La Tunisia ci affascina, ma non è una cartolina perfetta. In diversi momenti ci rendiamo conto che la mancanza di pulizia, la trascuratezza degli spazi, la scarsa igiene personale che talvolta notiamo sono probabilmente anche il risultato di condizioni economiche difficili, di priorità diverse, di una vita in cui spesso le risorse servono prima a sopravvivere che a rendere bello o ordinato ciò che sta intorno.
Eppure, proprio in questa imperfezione, il Paese ci parla con sincerità. Non cerca sempre di piacere. Non si trucca per noi. Si mostra com’è: pieno di contrasti, di odori forti, di mercati rumorosi, di polvere, di volti, di mani, di merci ammassate, di frutta esposta in quantità incredibili, di spezie, aromi, pesce, pane, tè, caffè, datteri, agrumi.

A tavola, la Tunisia diventa una delle esperienze più sorprendenti del viaggio. Mangiamo al ristorante spendendo raramente più di cinque o sei euro a persona, spesso con piatti abbondanti e saporiti. Ci sediamo in locali semplici, senza pretese estetiche, ma con una cucina concreta. Le porzioni sono generose. I sapori sono pieni. Il cibo sembra nascere da pochi ingredienti, ma con carattere. In alcune occasioni ci fermiamo in trattorie o punti di street food e spendiamo poco più di un euro a testa. Restiamo quasi increduli. Non si tratta solo di risparmiare. È la sensazione di entrare nella vita reale del Paese: mangiare dove mangiano tutti, ordinare ciò che c’è, fidarsi, assaggiare.
Beviamo tè alla menta con mandorle, e quel bicchiere caldo diventa uno dei ricordi più persistenti. Il profumo della menta sale subito, le mandorle danno corpo, dolcezza, gesto. Il tè non è solo una bevanda: è una pausa, un invito a restare. Assaggiamo dolci tipici, spesso intensi, zuccherini, pieni di frutta secca e aromi. Beviamo caffè preparato in stile arabo, più denso, più profumato, più lento. Ci accorgiamo che in Tunisia anche bere qualcosa può diventare un piccolo rito.

I mercati sono un altro mondo. Il pesce è fresco, esposto in abbondanza, con prezzi che per noi sembrano bassissimi. Il pesce migliore difficilmente supera i sette o otto euro al chilo, almeno nei mercati che visitiamo, e questa cosa ci colpisce soprattutto perché veniamo da un contesto in cui il pesce fresco è spesso diventato un lusso. Nei banchi vediamo colori, squame, cassette, mani veloci, contrattazioni, odori di mare e sale. In alcuni luoghi la pesca non è solo economia, è identità. La zona del Golfo di Gabès, per esempio, è una delle aree più legate alla pesca tunisina e alle esportazioni ittiche verso l’Europa.
A Mahdia, questa relazione con il mare si sente in modo particolare. La città respira di Mediterraneo. Il porto, le barche, la luce, il vento e la pietra raccontano un tempo lungo. La sera rientriamo spesso stanchi, ma Mahdia ci accoglie con una calma che ci piace. Non è la Tunisia del frastuono continuo. È una Tunisia più raccolta, più laterale, quasi sospesa tra storia e quotidianità.
Da Mahdia ci muoviamo verso Sousse. Qui la Tunisia cambia tono. Sousse è più grande, più viva, più turistica, ma conserva una medina importante, piena di passaggi, colori, voci e mercati. Camminiamo tra negozi e bancarelle, tra spezie e oggetti esposti, tra richiami continui. Ogni venditore sembra avere qualcosa da proporre, ogni strada una deviazione possibile. Noi osserviamo senza fretta, cercando di non perdere il nostro sguardo. Non vogliamo solo comprare, vogliamo capire il modo in cui il commercio diventa relazione. In Tunisia vendere è anche parlare, attirare, insistere, sorridere, contrattare. A volte può stancare, ma fa parte dell’esperienza.

Monastir ci offre un’altra prospettiva. Qui la storia recente della Tunisia si intreccia con quella più antica. Il Mausoleo di Habib Bourguiba, primo presidente della Tunisia indipendente, si presenta con le sue cupole, i minareti e una monumentalità che parla di memoria nazionale. Monastir non è soltanto mare e turismo: è anche un luogo simbolico per l’identità moderna del Paese.
A Hammamet ritroviamo una Tunisia più ordinata, più conosciuta, più legata all’immaginario turistico. Ma anche lì cerchiamo di non fermarci alla superficie. Guardiamo le strade, i caffè, i negozi, le case. Cerchiamo le tracce della vita quotidiana, quelle che resistono anche dove il turismo prova a uniformare tutto. Il mare resta sempre una presenza forte, una linea azzurra che accompagna molti dei nostri spostamenti.
Kelibia, invece, ci resta impressa per il suo carattere marinaro e per la fortezza che domina il paesaggio. Il forte, costruito su un’altura rocciosa, domina il Golfo di Cap Bon e dà alla città un’immagine potente, quasi teatrale. Da lì il Mediterraneo sembra aprirsi in modo diverso. Kelibia è anche un porto di pesca importante, e questa unione tra mare, lavoro e storia rende il luogo molto concreto, meno patinato e più vero.

Poi arriva Qayrawan, o Kairouan, e il viaggio cambia ancora. Entriamo in una città che non è soltanto un luogo geografico, ma un riferimento spirituale e storico. La Grande Moschea, fondata nel VII secolo e sviluppata nei secoli successivi, è considerata uno dei più importanti monumenti islamici del Nord Africa. Kairouan è patrimonio UNESCO, e tra i suoi luoghi più significativi ci sono anche i bacini aghlabidi, grandi opere idrauliche del IX secolo pensate per portare e conservare acqua in città.
Qui sentiamo con forza il peso della storia. Le mura, le pietre, gli spazi religiosi e le strade sembrano appartenere a un tempo più lento. Non tutto è perfetto, non tutto è pulito, non tutto è ordinato, ma proprio questo rende l’esperienza più intensa. Kairouan non si limita a mostrarsi. Ti chiede di accettare il suo ritmo, di camminare senza pretendere che tutto sia spiegato.
A Zaghouan incontriamo invece una Tunisia che parla romano. Il Tempio delle Acque e l’antico acquedotto ci ricordano che questo Paese è stato attraversato da civiltà diverse, e che sotto la superficie islamica, araba e mediterranea esiste una stratificazione profonda. L’acquedotto di Zaghouan portava acqua fino a Cartagine e, con i suoi 132 chilometri complessivi, è considerato tra le grandi opere idrauliche del mondo romano.
Ci fermiamo a guardare quei resti con stupore. Siamo in Tunisia, ma potremmo sentire l’eco di Roma, dell’ingegneria antica, di un Mediterraneo che nei secoli non è mai stato davvero diviso. Questo viaggio ci conferma una cosa: la Tunisia non è un Paese da leggere con un’unica chiave. È Africa, è Mediterraneo, è mondo arabo, è eredità romana, è islam, è ruralità, è mare, è deserto.

A Gabès il viaggio cambia odore. Le spezie diventano protagoniste. I mercati si riempiono di colori caldi, di polveri, di aromi, di erbe, di tè, di henna, di ceste e oggetti quotidiani. Gabès è nota anche per il suo souk e per il legame con le spezie, oltre che per la sua particolarissima oasi costiera.
Camminando tra le bancarelle, sentiamo che qui il commercio ha un aspetto antico. Le spezie non sono souvenir. Sono cucina, medicina popolare, profumo, memoria. Sono parte della casa. I colori sembrano quasi eccessivi: rosso, giallo, ocra, verde, marrone. In Tunisia tutto sembra stare insieme in grandi quantità: frutta, verdura, agrumi, pesce, spezie, datteri, olio. La misura europea, ordinata e contenuta, qui spesso lascia spazio all’accumulo, all’abbondanza, all’esposizione totale.
In uno dei paesini che attraversiamo, restiamo colpiti da una scena quasi surreale: quantità industriali di agrumi sono disposte lungo tutto il perimetro delle strade principali. Non qualche cassetta. Non un piccolo banco. Una presenza esagerata, continua, sproporzionata rispetto alla grandezza del paese. Arance, mandarini, agrumi ovunque, come se quel piccolo centro fosse diventato per un giorno il cuore agricolo del mondo. Ci fermiamo a guardare e sorridiamo. Sono questi dettagli a rendere un viaggio memorabile. Non sempre sono i monumenti. A volte è una strada piena di frutta.
Nel nord della Tunisia, invece, notiamo ovunque gli ulivi. Il paesaggio sembra votato alla coltivazione dell’olivo e alla produzione dell’olio. Gli alberi accompagnano la strada per chilometri, spesso ordinati in distese immense. Per noi italiani, abituati a considerare l’olio quasi un simbolo nazionale, è sorprendente vedere una produzione così diffusa e costi al pubblico molto più bassi, spesso intorno a un terzo rispetto ai prezzi italiani. Questa Tunisia agricola ci interessa moltissimo, perché racconta un’economia reale: olio, datteri, agrumi, pesca, spezie, verdure. Tutto passa dalla terra e dal mare.

Poi arriviamo a Douz, e la Tunisia cambia volto in modo netto. La strada comincia a raccontare il deserto prima ancora che il deserto appaia davvero. Il paesaggio si svuota. I colori diventano più secchi. La vegetazione cambia. L’aria sembra più ampia. Qui capiamo che stiamo entrando in un altro Paese dentro lo stesso Paese.
Douz è la porta del Sahara tunisino, e noi ci arriviamo in un momento speciale: ci troviamo nel mezzo del Festival Internazionale del Sahara, la cui 56ª edizione si svolge tra il 26 e il 29 dicembre 2024. È un evento dedicato alla cultura delle popolazioni nomadi, con manifestazioni, tradizioni, spettacoli, cavalli, cammelli e rappresentazioni legate alla vita del deserto.
Per noi è una fortuna inattesa. Non siamo lì solo per vedere il deserto: ci troviamo dentro una celebrazione del deserto. Douz si riempie di gente, di colori, di suoni, di movimenti. Vediamo un’Africa diversa da quella costiera. Più arida, più antica, più teatrale. Il festival rende visibile ciò che spesso resta invisibile: il legame tra le comunità, gli animali, la sabbia, i gesti, le tradizioni, l’orgoglio di appartenere a un mondo che non si lascia ridurre a folklore.

Lungo la strada verso Douz e intorno alla città, vediamo cammelli attraversare o sostare vicino alla carreggiata. È una scena che per noi ha qualcosa di cinematografico, ma lì è semplicemente vita. Ci colpisce la naturalezza con cui il paesaggio accoglie ciò che per noi è straordinario. I cammelli non sono decorazioni per turisti. Sono parte del territorio, come gli ulivi al nord e le barche sulla costa.
E poi ci sono le palme da dattero. La zona ci parla di datteri pregiati, e noi pensiamo subito a quanto questo frutto sia legato all’immaginario del deserto, ma anche all’economia e alla vita quotidiana. Gli alberi sembrano disegnare un’oasi possibile dentro l’aridità. Il deserto, da vicino, non è vuoto. È pieno di segni. Bisogna solo imparare a leggerli.
A Douz sentiamo forse il momento più forte del viaggio. Non perché gli altri luoghi siano meno belli, ma perché qui avvertiamo una soglia. Fino a quel momento la Tunisia ci appare come mare, mercati, ulivi, città, cibo, traffico, accoglienza. A Douz diventa deserto, silenzio, nomadismo, sabbia, cavalli, cammelli, datteri, orizzonte. È come se il Paese ci dicesse: non pensate di avermi capito troppo presto.
Durante tutto il viaggio, la presenza della polizia è costante. La notiamo sulle strade, agli ingressi, nei punti sensibili. Questo ci fa sentire al sicuro. Non percepiamo un Paese abbandonato a se stesso. Al contrario, avvertiamo un controllo diffuso, a volte molto evidente, che per noi viaggiatori diventa anche rassicurante. In un territorio che attraversiamo in autonomia, con la nostra automobile, questa sensazione conta molto.
Il periodo natalizio e di fine anno ci offre un altro contrasto. La Tunisia è un Paese a maggioranza musulmana, e il Natale non appartiene alla vita collettiva come accade in Italia. Eppure, qua e là, troviamo qualcuno che addobba per il nuovo anno o per il periodo natalizio. Sono presenze rare, mosche bianche rispetto alla normalità che ci circonda, ma proprio per questo ci restano impresse. Un piccolo addobbo, una luce, un richiamo occidentale in un contesto che segue altri ritmi religiosi e culturali. Non c’è l’atmosfera natalizia a cui siamo abituati. C’è piuttosto una fine d’anno diversa, più discreta, meno invadente, quasi laterale.

Più passano i giorni, più capiamo che la Tunisia ci piace proprio perché non è comoda da interpretare. Ci affascina e ci mette alla prova. Ci accoglie e ci disorienta. Ci offre pasti buonissimi a prezzi quasi incredibili, ma ci mostra anche povertà e trascuratezza. Ci fa sentire sicuri per la presenza capillare della polizia, ma ci obbliga a guidare in un traffico che richiede attenzione continua. Ci regala sorrisi e saluti spontanei, ma ci presenta anche venditori insistenti, mercati caotici, strade piene di contraddizioni.
Viaggiare con nostra moglie e nostro figlio rende tutto più intenso. Ogni osservazione diventa confronto. Ogni strada è una conversazione. Ogni pranzo, ogni tè, ogni mercato, ogni deviazione ci dà qualcosa da commentare, da ricordare, da sistemare nella memoria comune. Non siamo semplicemente tre persone nello stesso posto. Siamo una famiglia che attraversa un Paese e, attraversandolo, misura anche il proprio modo di guardare il mondo.
Ci rendiamo conto che portare l’auto è stata la scelta giusta. Senza macchina avremmo visto una Tunisia più comoda, forse più semplice, ma meno nostra. Con l’automobile entriamo nei paesi, ci fermiamo ai bordi delle strade, vediamo gli agrumi ammassati, i venditori improvvisati, le stazioni di servizio, le trattorie, le campagne, gli uliveti, i posti di blocco, gli animali, i mercati. La macchina non è solo un mezzo. È il nostro osservatorio mobile.

Quando ripensiamo a questo viaggio, non lo ricordiamo come un itinerario perfettamente ordinato. Lo ricordiamo come una lunga strada. Mahdia è la nostra casa temporanea. Sousse, Monastir, Hammamet, Kelibia, Qayrawan, Zaghouan, Gabès e Douz diventano tappe di un racconto più grande. Non vediamo tutta la Tunisia, lo sappiamo bene. Ma ne vediamo abbastanza per capire che questo Paese non si esaurisce nei luoghi più famosi.
La Tunisia che portiamo via con noi è fatta di contrasti fortissimi. È il tè alla menta con le mandorle. È il caffè arabo bevuto con lentezza. È il pesce fresco nei mercati. È il costo sorprendente della benzina. È l’autostrada economica e piena di scene improbabili. È il venditore che prova a richiamarti. È il bambino che sorride. È l’uomo che saluta anche se non ti conosce. È il traffico che mette alla prova. È la polizia che presidia il territorio. È il deserto che si apre improvvisamente. È il cammello che attraversa la strada. È l’ulivo che occupa il nord. È il dattero che racconta il sud. È la frutta esposta in quantità esagerate. È la povertà che si vede. È la dignità che spesso si sente.
Torniamo con la sensazione di aver fatto un viaggio autentico, non sempre facile, ma profondamente vero. La Tunisia non ci lascia un ricordo levigato. Ci lascia un ricordo vivo. E forse è proprio questo il valore più grande: non abbiamo cercato un Paese perfetto, ma un Paese reale. E la Tunisia reale ci viene incontro così, con la sua polvere, i suoi sorrisi, il suo caos, il suo mare, il suo deserto, la sua accoglienza e le sue contraddizioni.
Attraversiamo la Tunisia con la nostra automobile, ma alla fine è la Tunisia ad attraversare noi.



















































