Dal buio di Oviedo all’oceano di Muxía: il nostro Cammino Primitivo

Partiamo da Oviedo a luglio, quando l’Italia brucia sotto il caldo più duro dell’anno e anche dalla Spagna arrivano notizie preoccupanti. Ci aspettiamo giornate difficili, temperature pesanti, sole implacabile. Invece il Cammino ci accoglie in un modo diverso. Non ci risparmia la fatica, ma ci concede mattine fresche, aria respirabile, albe lente e, in alcuni tratti più alti, perfino temperature vicine ai dieci gradi. Sembra quasi un patto silenzioso: il Cammino ci chiede tutto, ma ci protegge abbastanza da permetterci di andare avanti.

Sappiamo di non essere davanti a un percorso qualunque. Il Cammino Primitivo è considerato il più antico tra i cammini verso Santiago: la tradizione lo lega al viaggio compiuto nel IX secolo da Alfonso II delle Asturie da Oviedo a Compostela. È un itinerario più solitario, più montano, più esigente rispetto ad altri, e dal 2015 rientra tra i percorsi del nord della Spagna riconosciuti dall’UNESCO come parte del patrimonio del Cammino di Santiago.

Noi lo affrontiamo in sedici tappe. Le prime tredici ci portano da Oviedo a Santiago de Compostela, per circa 325 chilometri. Le ultime tre ci spingono oltre Santiago, fino a Muxía, davanti all’oceano, aggiungendo altri 125 chilometri circa. Alla fine sono circa 450 chilometri a piedi. Ma i chilometri, da soli, non raccontano la verità. La vera misura del nostro cammino sta nel salire e scendere continuo, nei più di ventimila metri di dislivello complessivo tra ascese e discese, nelle gambe che imparano ogni giorno una nuova stanchezza e nel cuore che, proprio per questo, si apre di più.

La prima tappa, da Oviedo a Grado, comincia quando la città dorme ancora. Usciamo con le lampade frontali accese, il fascio di luce che taglia il buio davanti ai piedi. È un momento che resta impresso. Lasciare Oviedo prima dell’alba ci dà una sensazione di partenza vera, quasi antica. Le pietre, le strade ancora vuote, i primi segnali del Cammino, tutto sembra dirci che da quel momento non siamo più semplici viaggiatori. Siamo pellegrini.

Ritroviamo subito i segni concreti di questa partenza: gli zaini già sulle spalle, i primi bar non sempre aperti, le mani che cercano un caffè, le indicazioni, i cartelli degli albergues, i piccoli paesi attraversati quando il sole non ha ancora preso possesso della giornata. Dopo Oviedo arrivano le fonti d’acqua, i gatti che osservano immobili, le mucche nei prati, le case basse, le strade secondarie, i muri, i cortili, le frecce gialle. Ogni dettaglio è semplice, ma proprio per questo diventa prezioso. L’acqua fresca di una fonte non è più solo acqua. È ripartenza. È sollievo. È fiducia.

Da Grado a Salas iniziamo a capire meglio il ritmo del Cammino Primitivo. Non è un cammino che si concede facilmente. Ci fa entrare nei paesaggi asturiani con gradualità, ma senza nascondere la sua natura. Ci sono salite, discese, tratti sterrati, boschi, asfalto, sentieri stretti, pietre sotto le scarpe. L’Asturia si mostra verde, umida, rurale. Non ha bisogno di grandi effetti. Si racconta con i prati, con le colline, con il silenzio delle prime ore, con il rumore dei passi e con quei paesini che sembrano comparire all’improvviso dopo una curva.

Da Salas a Tineo camminiamo dentro una dimensione ancora più intensa. I boschi si fanno più presenti, i sentieri diventano più raccolti, la luce passa tra le foglie e il Cammino sembra restringersi attorno a noi. Nei video si vedono tratti di vegetazione fitta, segnali immersi nel verde, piccoli passaggi dove il corpo deve seguire il terreno senza distrarsi. Procediamo uno dietro l’altro, spesso in silenzio. Non sempre serve parlare. A volte basta sentire il respiro dell’altro, il rumore dei bastoncini, lo zaino che si assesta sulle spalle.

Da Tineo a Pola de Allande la fatica cresce, ma cresce anche il senso di immersione. La montagna non è solo sfondo. Diventa presenza. Ci accompagna, ci mette alla prova, ci solleva e ci riporta giù. A Pola de Allande viviamo uno di quei momenti che danno al Cammino un significato più ampio del semplice spostarsi da un luogo all’altro. Partecipiamo a una cena comunitaria. Ci sediamo con altri pellegrini, condividiamo il cibo, ascoltiamo storie, raccontiamo qualcosa di noi. In questi momenti il pellegrinaggio smette di essere una linea sulla mappa e diventa una trama di vite. Persone sconosciute fino a poche ore prima diventano compagni di un tratto, testimoni di una sera, ricordi che rimangono.

La quinta tappa, da Pola de Allande a La Mesa, porta con sé la parte più alta, più aspra, più potente del Cammino. Sono i giorni in cui il Primitivo rivela la sua fama. Le pendenze si sentono, il corpo deve accettare il ritmo della montagna. I panorami si aprono e richiudono. A volte la nebbia o la foschia addolciscono tutto. Il paesaggio appare quasi sospeso: strade bianche, profili morbidi, cielo chiaro, colline che sembrano allontanarsi una dietro l’altra. Camminiamo dentro una Spagna che non assomiglia all’immagine rumorosa delle città. È una Spagna lenta, pastorale, fatta di vento, pietra, animali, silenzi e distanze.

Da La Mesa a Castro arriva uno dei momenti più difficili. Attraversiamo la zona di Grandas de Salime e la diga diventa un passaggio memorabile. La vista è spettacolare, con la grande ferita azzurra dell’acqua tra le montagne, ma il terreno friabile e la stanchezza accumulata rendono quel tratto particolarmente duro. Nei nostri volti si riconosce bene la forza del paesaggio: la strada che si affaccia sulla valle, le pareti, il bacino, il senso di profondità. È un panorama grandioso, ma non gratuito. Lo conquistiamo passo dopo passo.

In quel tratto la difficoltà si sente soprattutto dentro. Non sempre la fatica si dice. A volte la si tiene per sé, per non appesantire l’altro, per non dare troppo potere al momento difficile. Continuiamo. Non succede nulla di grave. Superiamo tutto. Ma quel passaggio resta come una piccola verità privata del Cammino: non tutte le prove fanno rumore. Alcune si attraversano in silenzio.

A Castro troviamo un’altra storia da custodire. Durante il check-in, l’hospitalera guarda i nostri documenti e ci dice che anche lei ha una coppia di amici con gli stessi nomi. Sembra già una coincidenza curiosa. Poi scopriamo insieme che anche quella coppia ha una figlia con lo stesso nome della nostra. È uno di quegli incroci che sul Cammino sembrano meno casuali che altrove. In un viaggio normale sarebbe solo un aneddoto. Qui diventa un piccolo segnale di familiarità, come se il mondo, per un istante, si stringesse.

Da Castro ad A Fonsagrada entriamo progressivamente in una nuova atmosfera. Il Cammino lascia l’Asturia e si avvicina alla Galizia, cambiando tono senza cambiare anima. I paesaggi si fanno diversi, più galiziani, più umidi, più segnati da pietra, boschi, villaggi sparsi. Nei video compaiono cippi del Cammino, segnali azzurri e gialli, piccoli tratti erbosi, strade secondarie, bar, alimentari, luoghi di sosta. Ogni tappa ha una sua liturgia: partire presto, camminare mentre la luce cresce, fermarsi per un caffè o qualcosa da mangiare, riempire l’acqua, riprendere il passo, arrivare, lavarsi, sistemare lo zaino, cercare da mangiare, dormire quando si può.

Da A Fonsagrada a O Cádavo e poi da O Cádavo a Lugo il Cammino cambia ancora. La fatica resta, ma l’orizzonte comincia ad aprirsi verso una parte più abitata, più storica, più vicina al cuore galiziano. Lugo è una tappa importante non solo per chi cammina, ma anche per la sua storia. Le mura romane della città, costruite tra la fine del III e l’inizio del IV secolo per difendere l’antica Lucus Augusti, conservano ancora l’intero circuito e sono riconosciute dall’UNESCO come uno degli esempi più notevoli di fortificazione romana tardo-imperiale in Europa occidentale.

Entrare a Lugo dopo giorni di borghi, salite, boschi e strade isolate dà una sensazione particolare. La città ci rimette davanti alla storia grande, alle pietre che non sono più solo pietre di sentiero, ma mura, porte, memoria urbana. Il Cammino Primitivo non è fatto soltanto di natura. È anche un passaggio continuo tra epoche diverse. A volte camminiamo accanto a una mucca, poco dopo davanti a una chiesa antica, poi lungo una strada moderna, poi ancora su un sentiero che sembra fuori dal tempo.

Da Lugo a Ferreira il percorso prende un respiro differente. Siamo più vicini a Santiago, ma non ancora abbastanza da sentirci arrivati. A Ferreira viviamo un’altra cena comunitaria. Ancora una volta il cibo diventa pretesto per incontrarsi davvero. Parliamo, ascoltiamo, scambiamo racconti di vita. Sul Cammino si impara che ognuno porta uno zaino visibile e uno invisibile. Nel primo ci sono vestiti, acqua, medicine, documenti. Nel secondo ci sono motivazioni, paure, ricordi, lutti, desideri, promesse, domande. A tavola, spesso, si alleggeriscono entrambi.

Da Ferreira a Boente ci avviciniamo al punto in cui il Primitivo confluisce nel grande flusso del Cammino Francese. L’atmosfera cambia. Dopo giorni più solitari, incontriamo più pellegrini, più servizi, più movimento. Il Cammino diventa meno intimo, ma non perde forza. La presenza degli altri ricorda che Santiago è un magnete enorme, capace di raccogliere strade diversissime. Il Primitivo ci ha preparati con la sua durezza, e ora ci consegna a una corrente più ampia.

Condividiamo tratti e parole con Silvio, insegnante di italiano in Estremadura, e con Yasuko, insegnante di giapponese all’università in Canada. Sono incontri che sembrano appartenere alla natura stessa del Cammino. Si cammina insieme per un po’, ci si perde, ci si ritrova, ci si saluta, magari si resta in contatto anche dopo. I pellegrini entrano ed escono dalla tappa come personaggi di un racconto corale. Alcuni restano poche ore, altri restano nella memoria per anni.

Da Boente a O Pedrouzo siamo ormai dentro l’attesa di Santiago. A O Pedrouzo assaggiamo il polpo alla gallega, piatto semplice e intenso, con quel sapore di paprika, olio e tradizione che sembra appartenere profondamente alla Galizia. È uno di quei momenti in cui il corpo chiede ristoro e la cucina locale risponde con qualcosa che non è solo nutrimento, ma appartenenza. Mangiare lungo il Cammino significa spesso sedersi dentro il territorio. Il menu del pellegrino, che troviamo in tanti ristoranti, diventa una consuetudine preziosa: piatti semplici, porzioni generose, costo sostenibile, e attorno persone con la stessa stanchezza negli occhi.

La notte a O Pedrouzo, però, non ci regala riposo. La camerata è enorme, più di sessanta persone. Ci sono movimenti continui, russare, rumori, un gruppo al piano di sopra che fa baccano. Il sonno non arriva. Ci giriamo, aspettiamo, speriamo, ma la notte resta spezzata. Alle 2:30 decidiamo di non aspettare più. Ci mettiamo in cammino.

È una decisione folle e bellissima. Partire nel cuore della notte verso Santiago significa entrare nell’ultima tappa in una condizione quasi irreale. La stanchezza è forte, ma anche l’emozione lo è. Camminiamo nel buio, con le lampade, come il primo giorno a Oviedo. Il Cammino si chiude così come si è aperto: prima dell’alba, con la luce artificiale davanti ai piedi e una luce più grande dentro.

Arriviamo a Santiago la mattina molto presto. La città ci accoglie ancora prima di svegliarsi del tutto. La Cattedrale appare come un approdo. Non è solo un monumento. È il punto in cui tutti i passi precedenti trovano una forma. Dopo 325 chilometri da Oviedo, dopo salite, discese, cene comunitarie, incontri, boschi, albergue, fonti, strade, dubbi, risate e silenzi, siamo lì.

Santiago de Compostela è il cuore simbolico del pellegrinaggio jacobeo, ma per noi quel giorno ha anche una piccola mancanza. Non possiamo vedere il Botafumeiro in azione. È il periodo della festa di San Giacomo, il 25 luglio, e per la visita del Re la chiesa viene chiusa agli altri. La delusione c’è, naturalmente. Ma il Cammino ci ha già insegnato che non tutto dipende dai nostri desideri. A volte si arriva e qualcosa manca. Eppure l’arrivo resta intero lo stesso.

Senza specchi, vediamo il nostro volto felice davanti alla scritta di Santiago, l’immagine della Cattedrale, la luce piena del giorno, la soddisfazione stanca e sorridente di chi sa di aver concluso qualcosa di grande. Ma il nostro cammino non finisce lì. Per noi Santiago non è il punto finale. È una soglia.

Ripartiamo verso Muxía. Il tratto oltre Santiago ha un significato particolare: è la prosecuzione verso la costa atlantica, verso il mare, verso quella Galizia estrema che per molti pellegrini rappresenta una chiusura spirituale del viaggio. Il Cammino di Fisterra e Muxía è spesso descritto come una continuazione simbolica oltre la tomba dell’apostolo, in direzione dell’oceano e dei luoghi legati al “finis terrae”, la fine della terra conosciuta.

Da Santiago ad A Pena il passo cambia ancora. Non camminiamo più verso la Cattedrale, ma verso l’orizzonte. I paesi sono più quieti, il flusso dei pellegrini meno compatto. Dopo la pienezza emotiva di Santiago, arriva una fase più intima. È come se il Cammino ci chiedesse: “Avete raggiunto la meta. Ora cosa resta?” E noi rispondiamo continuando a camminare.

Da A Pena a O Logoso attraversiamo una Galizia fatta di strade secondarie, muri, prati, boschi, corsi d’acqua, case sparse. Nei video compaiono scorci più aperti, zone rurali, campi, tratti di asfalto al mattino, edifici colorati, interni di piccoli negozi, soste rapide. Il corpo è ormai abituato al gesto. Le gambe sanno cosa devono fare. Ma questo non significa che sia facile. Significa solo che siamo diventati parte del ritmo.

La sedicesima tappa, da O Logoso a Muxía, è l’ultima. E l’ultima tappa ha sempre una doppia natura. Da una parte c’è il desiderio di arrivare. Dall’altra c’è la malinconia di sapere che ogni passo avvicina la fine. Poi, finalmente, il mare appare. Nei video l’oceano entra nel racconto con forza: la linea dell’acqua, il cielo ampio, la costa, quella luce diversa che solo l’Atlantico sa dare. Dopo montagne, boschi, strade, città, albergue e villaggi, il mare spalanca tutto.

Arriviamo a Muxía troppo presto per le abitudini dell’albergue. La titolare quasi non crede che siamo arrivati a piedi. Per lei l’orario non torna. Le spieghiamo che siamo partiti molto presto, come abbiamo fatto tante altre volte. È un momento buffo, ma anche rivelatore. Il nostro modo di camminare è diventato il nostro marchio: partire nel buio, guadagnare ore, evitare il sole, attraversare la giornata prima che diventi pesante.

A Muxía il Cammino non finisce con una piazza piena, ma con l’oceano. Ed è giusto così. Santiago è l’arrivo ufficiale, il riconoscimento, la meta. Muxía è il silenzio dopo l’arrivo. È lo sguardo che si perde sull’acqua. È il vento che cancella la polvere. È il corpo che finalmente può fermarsi e capire cosa ha fatto.

Ripensiamo a tutto: alla partenza da Oviedo con le lampade in testa, ai primi paesini, alle fonti, alle mucche, ai gatti, ai segnali del Cammino; alle salite dell’Asturia, ai boschi, alla nebbia, alla diga di Grandas de Salime, alla fatica taciuta; a Castro e alla coincidenza dei nomi; alle cene comunitarie di Pola de Allande e Ferreira; al menu del pellegrino; al polpo alla gallega di O Pedrouzo; alla notte insonne prima di Santiago; all’arrivo davanti alla Cattedrale; alla mancata attesa del Botafumeiro; agli amici di cammino, a Silvio, a Yasuko, ai pellegrini incontrati e perduti dentro la stessa tappa.

Ci rendiamo conto che il Cammino Primitivo non ci lascia soltanto fotografie o video. Ci lascia un modo diverso di misurare le cose. Dopo 450 chilometri, non contiamo più solo le distanze. Contiamo le albe viste prima degli altri, le parole dette a tavola, i silenzi condivisi, le mani che cercano acqua, i piedi che fanno male ma continuano, gli sconosciuti che diventano contatti, le salite che sembrano infinite e poi finiscono davvero.

Il Cammino ci insegna che la meta è importante, ma non basta. Santiago commuove, Muxía apre il respiro, ma ciò che resta davvero è tutto quello che accade tra una partenza e un arrivo. Restano le mattine fredde di luglio, le lampade accese nel buio, le montagne attraversate, i passi difficili non raccontati subito, le persone incontrate, la sensazione di essere piccoli davanti al paesaggio e allo stesso tempo fortissimi per il semplice fatto di continuare.

Arriviamo all’oceano con la stanchezza addosso e una gratitudine difficile da spiegare. Guardiamo il mare e capiamo che il Cammino non si chiude davvero. Si posa dentro di noi. Diventa memoria, relazione, racconto. Diventa una linea invisibile che unisce Oviedo, Santiago e Muxía, ma soprattutto unisce ciò che siamo quando partiamo e ciò che diventiamo quando, finalmente, ci fermiamo davanti all’acqua.