Il nostro primo vero cammino, in attesa di Santiago
Partiamo da Viterbo con quella sensazione difficile da spiegare a chi non ha mai infilato uno zaino sulle spalle per giorni. Non è ancora il Cammino di Santiago, ma in fondo sappiamo bene che questa Via Francigena rappresenta qualcosa di più di una semplice escursione. È una prova. Un banco di verifica silenzioso. Vogliamo capire se siamo davvero capaci di vivere il cammino giorno dopo giorno, con la stanchezza, le vesciche, la pioggia improvvisa, il caldo, la monotonia dei passi e anche quella strana felicità che nasce soltanto quando si rallenta davvero.
Viterbo ci accoglie con il suo volto medievale, severo e bellissimo. Le mura, le piazze in pietra, il Palazzo dei Papi, le strade strette che sembrano custodire ancora il passaggio dei pellegrini antichi. Da qui parte il nostro viaggio verso Roma, gli ultimi cento chilometri della Via Francigena, quelli che nei secoli hanno condotto migliaia di viandanti fino alla tomba di Pietro.

Camminiamo nella Tuscia laziale tra sentieri sterrati, boschi umidi, tagliate etrusche e campi aperti. Le prime ore servono a trovare il ritmo. Lo zaino pesa più del previsto. Le spalle protestano. Però il corpo, lentamente, comincia ad adattarsi. Ogni passo sembra togliere rumore ai pensieri.
Arriviamo a Vetralla attraversando paesaggi che sembrano immobili da secoli. I noccioleti si alternano ai boschi di querce. Ci fermiamo spesso a osservare il silenzio. Non il silenzio assoluto, ma quello fatto di vento, cicale lontane, campane e passi sulla terra. È un silenzio pieno.

La mattina successiva ripartiamo presto. L’aria è fresca e il cielo ancora velato. Attraversiamo tratti di foresta e antiche vie cave etrusche scavate nel tufo. La natura cambia continuamente forma. A volte il sentiero si apre su colline morbide; altre volte entra dentro corridoi di vegetazione così fitti da sembrare fuori dal tempo.
Lungo il cammino incontriamo cavalli al pascolo, vacche maremmane dalle grandi corna, piccoli corsi d’acqua nascosti nei boschi. Ci fermiamo vicino alle cascatelle e lasciamo che il rumore dell’acqua cancelli per qualche minuto la fatica. In certi punti il sentiero è scavato profondamente nella terra tufacea e ci sembra quasi di entrare dentro una ferita antica del paesaggio.

Sutri appare all’improvviso, con il suo anfiteatro romano scavato direttamente nel tufo e le stradine raccolte del borgo storico. È uno di quei luoghi che sembrano appartenere contemporaneamente a più epoche. Camminiamo lentamente tra archi, vicoli e piazzette silenziose. Ogni pietra sembra raccontare qualcosa.
Le tappe successive ci portano verso Campagnano e poi verso Isola Farnese, attraversando il Parco di Veio e la Valle del Sorbo. Qui la Francigena mostra uno dei suoi volti più belli. Il sentiero si immerge nel verde profondo dell’Agro Romano. I panorami si allargano. Le colline sembrano onde lente. In certi momenti ci sentiamo lontanissimi dalla città, eppure Roma è ormai vicina.
Ci sono giornate in cui la fatica si fa sentire davvero. I piedi bruciano. Le gambe diventano dure. Però accade qualcosa di strano: invece di voler smettere, vogliamo continuare. Il cammino crea dipendenza. Ogni tappa conclusa ci regala una soddisfazione semplice e fortissima. La sera ci basta poco: una doccia, qualcosa di caldo da mangiare, controllare le tappe del giorno dopo e poi dormire profondamente.

Parliamo molto durante il cammino, ma ci sono anche lunghi tratti in silenzio. Non un silenzio imbarazzato. È il silenzio di chi cammina insieme da tanti anni e non ha bisogno di riempire ogni momento con le parole. Ci basta sapere che stiamo condividendo qualcosa che ricorderemo per sempre.
L’ultimo giorno ha un sapore diverso. Sentiamo che stiamo arrivando. Quando raggiungiamo Monte Mario e vediamo finalmente la cupola di San Pietro comparire all’orizzonte, ci fermiamo istintivamente. I pellegrini medievali chiamavano quel punto “Mons Gaudii”, il Monte della Gioia. Solo arrivandoci capiamo davvero il perché. Dopo più di cento chilometri, Roma appare immensa e lontana, ma allo stesso tempo vicinissima.
Scendiamo lentamente verso il Vaticano attraversando strade sempre più trafficate. Dopo giorni di boschi e sentieri, il rumore della città quasi ci sorprende. E poi eccola lì: Piazza San Pietro.

Entriamo nella piazza con lo zaino ancora sulle spalle e proviamo una sensazione difficile da descrivere. Non è soltanto felicità. È qualcosa di più profondo. È la consapevolezza di essere partiti con un dubbio e di arrivare con una certezza.
Quando ritiriamo il Testimonium, con le credenziali piene di timbri raccolti lungo il percorso, capiamo che questa non è stata semplicemente una camminata. È stata una trasformazione lenta.
La Via Francigena da Viterbo a Roma diventa il nostro piccolo rito di passaggio. È il momento in cui comprendiamo che il Cammino di Santiago non è più soltanto un’idea romantica o un sogno lontano. Possiamo farlo davvero.












































































