La Puglia in bicicletta nell’estate più calda

L’11 luglio lasciamo casa quando il giorno non è ancora cominciato davvero. Le biciclette sono cariche, le borse sistemate con quella precisione che nei giorni successivi diventa quasi automatica, e davanti a noi ci sono undici tappe e poco più di settecento chilometri. Il progetto è quello di risalire la Puglia, sconfinare per un tratto in Basilicata e poi tornare verso sud fino a Casarano, seguendo un itinerario che abbiamo preparato prima della partenza e prenotando ogni pernottamento in anticipo. In quel momento ci sembra la soluzione migliore; soltanto alla fine del viaggio capiremo quanto una pianificazione così rigida possa essere rassicurante, ma allo stesso tempo poco adatta al ritmo imprevedibile di un viaggio in bicicletta.

Il problema principale si manifesta subito ed è impossibile ignorarlo: il caldo. Luglio ci regala giornate splendide e nessuna pioggia, ma anche temperature che nelle ore centrali diventano difficili da sopportare. Così adattiamo rapidamente le nostre giornate a un orario quasi rovesciato rispetto a quello normale. Ci svegliamo molto presto, spesso quando è ancora notte, prepariamo le ultime cose, controlliamo le biciclette e partiamo prima dell’alba, cercando di accumulare quanti più chilometri possibile prima che il sole diventi troppo forte. Nella maggior parte dei giorni arriviamo a destinazione tra le otto e mezza e le nove del mattino, quando le città stanno appena cominciando ad animarsi e noi abbiamo già completato la parte più impegnativa della giornata.

La prima mattina lasciamo Casarano e puntiamo verso Trepuzzi, attraversando Lecce. Pedalare in luoghi che conosciamo bene ha un sapore particolare quando sappiamo che non stiamo facendo un semplice giro ma stiamo cominciando un viaggio. Lecce, con la sua pietra chiara che prende colore alle prime luci del giorno e le facciate barocche che sembrano ancora più silenziose all’alba, diventa quasi una porta attraverso cui usciamo simbolicamente dal nostro territorio quotidiano. Proseguiamo verso nord e a Trepuzzi cominciamo a prendere confidenza con quello che diventerà il nostro rituale: arrivo, sistemazione delle biciclette, doccia, riposo e poi molte ore trascorse al fresco, aspettando che il pomeriggio inoltrato restituisca alle strade una temperatura più sopportabile.

Il giorno successivo raggiungiamo Ceglie Messapica e il paesaggio comincia a cambiare. Entriamo progressivamente in quella Puglia di muretti a secco, ulivi, terra rossa, masserie e paesi bianchi che è uno degli aspetti più riconoscibili della Valle d’Itria. Ceglie porta ancora nella propria struttura e nel proprio territorio le tracce di una storia antichissima, legata alla civiltà messapica, ma per noi in quelle ore la storia deve convivere con qualcosa di molto più concreto: il bisogno di arrivare prima che il caldo diventi eccessivo. È una costante che ci accompagna per tutto il viaggio e che, inevitabilmente, condiziona anche il nostro modo di visitare i luoghi.

Lo comprendiamo bene il giorno seguente, quando sulla strada verso Rutigliano passiamo da Alberobello e Locorotondo. Sono luoghi nei quali normalmente verrebbe naturale fermarsi, passeggiare e concedersi tempo. Alberobello, con la sua concentrazione straordinaria di trulli, e Locorotondo, raccolto sul suo colle e dominato dal bianco delle case, meriterebbero entrambi una visita lenta. Noi invece possiamo permetterci soltanto soste brevi. Il caldo incombe e sappiamo che ogni mezz’ora trascorsa per strada nelle ore sbagliate può trasformarsi in una difficoltà più avanti. È uno degli aspetti più particolari del cicloturismo estivo: da una parte ci offre un contatto continuo con il territorio, dall’altra ci costringe a fare scelte che in automobile non avremmo nemmeno preso in considerazione.

Rutigliano ci accoglie alla fine della terza giornata e ormai abbiamo trovato un nostro equilibrio. Ogni sera prepariamo già quasi tutto per la mattina successiva, perché quando la sveglia suona nel cuore della notte non abbiamo nessuna voglia di perdere tempo. Le borse assumono un ordine preciso, ogni oggetto trova il proprio posto e diventa evidente quanto anche le cose più semplici, durante un viaggio di più giorni, possano trasformarsi in abitudini necessarie. La sera passeggiamo nei centri che ci ospitano, mangiamo qualcosa e torniamo presto a dormire, perché poche ore dopo dobbiamo ricominciare.

Da Rutigliano ci dirigiamo verso Bisceglie e torniamo vicino all’Adriatico. Il mare modifica per qualche ora la percezione del viaggio e la città, con il suo porto e il centro storico raccolto, segna quasi il passaggio tra una prima parte dell’itinerario e quella che ci porterà verso l’interno. La Puglia che attraversiamo in questi giorni cambia continuamente e uno degli aspetti più belli del viaggio è proprio accorgersi di queste trasformazioni graduali. In automobile spesso si passa da un paesaggio all’altro quasi senza rendersene conto; in bicicletta ogni variazione arriva lentamente, chilometro dopo chilometro, e finisce per avere un peso diverso.

È proprio lasciando Bisceglie e puntando verso Canosa che il viaggio decide di complicarsi. A un certo punto troviamo un ponte chiuso. La traccia del navigatore continua tranquillamente a indicare la strada davanti a noi, ma la realtà è molto meno collaborativa. Cerchiamo un’alternativa e finiamo per scendere fino al mare, dove siamo costretti ad attraversare una spiaggia di ciottoli con le biciclette, per poi risalire attraverso scale e passaggi tortuosi tutt’altro che pensati per due ciclisti con i mezzi carichi. Quello che sulla mappa sembra un piccolo inconveniente ci fa perdere quasi un’ora e soprattutto ci espone più a lungo al sole, che nel frattempo continua a salire.

È una delle prime vere lezioni del viaggio: una traccia GPS non conosce necessariamente le condizioni reali di una strada. E la dimostrazione ancora più evidente arriva poco dopo, durante la tappa successiva, quando lasciamo Canosa diretti verso Venosa.

Il navigatore ci conduce verso l’Ofanto e, per qualche tempo, non sospettiamo nulla. Poi la strada termina e la traccia sembra semplicemente proseguire dall’altra parte del fiume. Il problema è che tra noi e l’altra sponda non c’è alcun ponte. C’è l’Ofanto. Non sarà un grande fiume, soprattutto in estate, ma resta comunque un corso d’acqua che non abbiamo nessuna intenzione di attraversare con le biciclette. Per qualche minuto osserviamo la situazione quasi increduli, come se aspettassimo che dalla mappa digitale possa materializzarsi una soluzione. Naturalmente non accade.

Siamo costretti a tornare indietro e a trovare un percorso alternativo. Alla fine aggiungiamo più di dodici chilometri alla tappa e quei dodici chilometri pesano molto più di quanto dica il contachilometri, perché ci fanno arrivare quasi alle undici del mattino, quando il sole è ormai impietoso. La stanchezza aumenta, l’acqua sembra non essere mai abbastanza e la strada diventa più lunga a ogni chilometro.

Eppure proprio quella giornata ci regala uno dei ricordi più semplici e più belli dell’intero viaggio. Lungo la strada troviamo degli alberi carichi di pesche. Chiediamo al proprietario se possiamo prenderne qualcuna e, con il suo permesso, le raccogliamo direttamente dall’albero. Non so se dipenda dalla fame, dal caldo, dalla stanchezza o semplicemente dal fatto che sono davvero eccezionali, ma restano per noi le pesche più buone mai mangiate. È uno di quei piccoli episodi che spiegano bene perché un viaggio non è mai soltanto la somma dei luoghi attraversati. Se non ci fossimo persi, se il navigatore non avesse tentato di farci guadare l’Ofanto e se non avessimo aggiunto quei chilometri non saremmo mai passati da lì e non avremmo mai vissuto quel momento.

Venosa ci ripaga ulteriormente della fatica. È una città che porta addosso una storia lunghissima, dall’antica Venusia romana alla figura di Orazio, fino al complesso della Santissima Trinità e all’Incompiuta. Per noi, però, quella giornata assume soprattutto un significato personale, perché incontriamo la famiglia di un mio carissimo amico e trascorriamo con loro il pranzo e tutto il pomeriggio. Dopo tanti giorni scanditi da partenze, chilometri, arrivi e riposo, per qualche ora il viaggio cambia ritmo completamente e diventa semplicemente il piacere di stare insieme.

Il mattino successivo ripartiamo in direzione di Gravina. La zona che attraversiamo è più movimentata e il profilo della Puglia piatta che spesso si immagina lascia spazio a salite, discese e al paesaggio più severo delle Murge. È qui che cominciamo a sentire maggiormente il peso dei giorni precedenti, soprattutto mia moglie, che recupera con più difficoltà la fatica accumulata nelle gambe. In un viaggio di questo tipo non è la singola tappa a fare la differenza, ma la somma di tutte quelle già percorse. Si può arrivare bene alla sera e scoprire la mattina successiva che una parte della stanchezza è rimasta lì, pronta ad accompagnarti.

Nelle ultime giornate lei aumenta un po’ l’assistenza della e-bike. Non rappresenta un problema, né tantomeno una sconfitta. L’obiettivo non è dimostrare qualcosa, ma continuare a viaggiare insieme. Ed è proprio in situazioni come queste che l’assistenza elettrica mostra forse il suo valore più interessante: permette a persone con livelli di stanchezza o capacità differenti di condividere lo stesso itinerario, mantenendo il piacere della pedalata e soprattutto quello del viaggio comune.

Gravina appare quasi scolpita dentro il territorio che la circonda. La città e la profonda incisione naturale da cui prende il nome sembrano appartenere alla stessa materia, unite dal grande ponte che attraversa il canyon. È uno di quei luoghi in cui il paesaggio non è semplicemente uno sfondo ma entra direttamente nella struttura della città. La sera camminiamo lentamente e guardiamo tutto con quella sensazione particolare che si prova quando si visita un luogo dopo averlo raggiunto con le proprie gambe: ogni strada sembra avere un valore diverso.

Da Gravina continuiamo verso Gioia del Colle e ormai le partenze prima dell’alba sono diventate una parte essenziale del viaggio. All’inizio svegliarsi a quelle ore richiede un certo sforzo; dopo una settimana quasi non ci pensiamo più. Anzi, impariamo ad apprezzare profondamente quelle prime ore della giornata. Pedalare quando il cielo è ancora scuro, vedere le prime sfumature comparire all’orizzonte e assistere alla nascita del giorno mentre siamo già in movimento diventa uno degli aspetti più belli di tutta l’esperienza. La strada è spesso quasi deserta e per qualche tempo sembra di avere il paesaggio tutto per noi.

Gioia del Colle ci riporta nel cuore delle Murge, tra il suo castello e una tradizione agricola e casearia che caratterizza fortemente il territorio. Anche qui, come ormai avviene quotidianamente, arriviamo quando gran parte della giornata deve ancora cominciare. Noi, invece, abbiamo già percorso decine di chilometri e possiamo ritirarci nel B&B mentre fuori la temperatura sale rapidamente.

Da Gioia proseguiamo verso Massafra e il viaggio comincia lentamente a piegare verso sud. Psicologicamente è un cambiamento importante. Non siamo ancora vicini a casa, ma da quel momento sappiamo che ogni tappa riduce la distanza che ci separa dal punto di partenza. Massafra ci introduce nuovamente al paesaggio delle gravine, con insediamenti rupestri, pareti rocciose e una conformazione del territorio completamente diversa da quella incontrata nei giorni precedenti. È sorprendente rendersi conto di quante Puglie diverse possano convivere nella stessa regione: quella degli ulivi e della terra rossa, quella dei trulli e dei paesi bianchi, quella delle coste adriatiche, quella delle Murge, quella delle gravine e poi quella ionica verso cui ci dirigiamo.

È forse questo uno dei regali più grandi che ci fa la bicicletta: ci obbliga a vedere le transizioni. Non possiamo passare rapidamente da un territorio a un altro. Ogni cambiamento avviene lentamente, attraverso la pendenza della strada, il colore della terra, il tipo di vegetazione, il profilo dei paesi all’orizzonte e perfino l’odore dell’aria.

La tappa verso Manduria ci avvicina ulteriormente al Salento. Il vento, che durante tutto il viaggio si è fatto sentire a tratti, in alcune giornate decide di metterci alla prova. In bicicletta il vento contrario è una presenza fisica: non si limita a segnalare una condizione meteorologica, ma rallenta, aumenta la fatica e modifica la percezione della distanza. Quando invece soffia alle spalle sembra quasi un aiuto inatteso. Per il resto siamo fortunati: per tutti gli undici giorni non incontriamo pioggia né condizioni meteorologiche davvero avverse. Il sole è persino troppo presente, ma almeno non dobbiamo mai affrontare strade bagnate, temporali o cambi improvvisi di programma.

Manduria è la nostra ultima notte fuori casa. Entrare in quella città legata alla storia messapica e al Primitivo sapendo che il giorno successivo dormiremo nel nostro letto ci provoca una sensazione strana. Siamo stanchi e una parte di noi desidera certamente tornare, ma contemporaneamente avvertiamo già che quella routine costruita in pochi giorni sta per finire. In undici giorni abbiamo creato un piccolo mondo fatto di partenze notturne, biciclette da caricare, percorsi da seguire, arrivi mattutini, pomeriggi trascorsi al fresco e brevi passeggiate serali. È una vita provvisoria, ma abbastanza lunga da diventare familiare.

L’ultima mattina lasciamo Manduria e puntiamo verso Casarano. Il paesaggio torna gradualmente a essere quello che conosciamo meglio e anche i nomi dei paesi diventano sempre più familiari. Non abbiamo bisogno di grandi simbolismi, perché il semplice fatto di riconoscere le strade ci dice che il cerchio si sta chiudendo. Dopo più di settecento chilometri e undici tappe torniamo al punto da cui siamo partiti.

A raccontarlo attraverso i numeri, il viaggio sembra quasi facile da riassumere: undici giorni, poco più di settecento chilometri, da Casarano a Trepuzzi, poi Ceglie Messapica, Rutigliano, Bisceglie, Canosa, Venosa, Gravina, Gioia del Colle, Massafra, Manduria e infine ancora Casarano. Ma i numeri raccontano pochissimo di ciò che resta davvero.

Non raccontano il fresco delle prime ore del mattino, quando le strade sono ancora vuote e il sole non è comparso. Non raccontano la fatica di spingere le biciclette su una spiaggia di ciottoli per aggirare un ponte chiuso, né il momento quasi surreale in cui un navigatore ci invita a proseguire attraverso un fiume. Non raccontano le pesche raccolte direttamente dall’albero, il pranzo condiviso a Venosa, il vento contrario, la stanchezza che cresce nelle gambe giorno dopo giorno o il piacere di arrivare in un paese quando sono appena le nove del mattino e sapere che per quel giorno la parte più difficile è già alle spalle.

Soprattutto, i numeri non raccontano il fatto che trascorriamo undici giorni insieme come non accadeva da tempo.

Condividiamo tutto: le sveglie quando fuori è ancora notte, le operazioni quasi meccaniche per sistemare le borse, le strade belle e quelle sbagliate, il caldo, il vento, la stanchezza, gli arrivi, le passeggiate della sera, le cene e la necessità di andare a dormire presto perché poche ore dopo tutto deve ricominciare. Un viaggio in bicicletta lascia poco spazio alla distrazione. Per molti chilometri ci sono soltanto la strada, i pensieri, la persona che pedala accanto a te e ciò che il territorio decide di mostrarti.

Alla fine torno a casa anche con una convinzione diversa da quella con cui sono partito. Se dovessimo ripetere un viaggio simile, non prenoterei tutte le tappe in anticipo. Prima di partire mi sembra una garanzia indispensabile sapere già dove dormire ogni sera; dopo undici giorni mi rendo conto che quella sicurezza diventa anche un vincolo. In bicicletta una distanza non vale sempre la stessa distanza. Cinquanta chilometri con vento favorevole e gambe riposate possono sembrare pochi; gli stessi cinquanta chilometri dopo una settimana di viaggio, sotto il sole e controvento, possono diventare molti.

Ci sono giornate nelle quali avremmo potuto proseguire ancora, altre nelle quali sarebbe stato più piacevole fermarci prima. Ci sono paesi che avrebbero meritato qualche ora in più e occasioni alle quali dobbiamo rinunciare semplicemente perché la sera successiva abbiamo già una stanza prenotata altrove.

Se torniamo a viaggiare così, preferisco quindi lasciare più spazio all’imprevisto. Decidere una direzione, magari un itinerario generale, ma non necessariamente il punto preciso in cui deve terminare ogni giornata. Fermarsi quando la stanchezza lo suggerisce, oppure continuare quando le gambe stanno bene; concedersi una deviazione se un luogo ci incuriosisce o rimanere qualche ora in più se incontriamo qualcuno con cui vale la pena farlo.

In fondo il viaggio in bicicletta insegna proprio questo: lo spazio tra due punti non è qualcosa da eliminare il più velocemente possibile. È il viaggio stesso.

Tra Canosa e Venosa ci sono anche quei dodici chilometri che non avevamo previsto. Tra Ceglie e Rutigliano ci sono Alberobello e Locorotondo visti quasi di passaggio. Tra Manduria e Casarano ci sono gli ultimi chilometri di una strada che lentamente torna a essere casa.

E tra la partenza dell’11 luglio e il nostro ritorno ci sono undici giorni nei quali, oltre a percorrere la Puglia, ritroviamo soprattutto il piacere di avere tempo da condividere.

Forse è questo il ricordo più importante che ci portiamo dietro.

Non i settecento chilometri.

Ma il fatto di averli percorsi insieme.