Il mare che ci aspettava da anni: una settimana sulla Costa Fortuna

Alla fine di aprile del 2019 saliamo a bordo della Costa Fortuna con una sensazione difficile da spiegare. Non è solo l’inizio di una vacanza. È la realizzazione di un desiderio rimasto in sospeso per anni, uno di quei pensieri che ogni tanto tornano a galla nei discorsi, magari davanti a un caffè, guardando una nave in televisione o immaginando cosa si provi a svegliarsi ogni mattina in un posto diverso.

Partiamo da Civitavecchia con quella curiosità un po’ infantile che accompagna le prime volte importanti. La nave è lì, enorme, luminosa, quasi sproporzionata rispetto alla vita normale da cui arriviamo. La Costa Fortuna sembra una città galleggiante: ristoranti, bar, teatro, piscine, idromassaggi, negozi, casinò, saloni, spazi per la musica e per gli spettacoli. È pensata per non far mancare nulla a chi viaggia, e già dai primi passi capiamo che la crociera è anche questo: una macchina perfetta di comodità, rituali, sorrisi, orari, ascensori, ponti, luci, camerieri, cabine e corridoi che profumano di vacanza. La nave dispone di vari ristoranti, bar e saloni, teatro, piscine, jacuzzi, casinò, palestra e altri servizi tipici di una grande unità da crociera.

Abbiamo il pacchetto All Inclusive e questo contribuisce subito a creare quella sensazione di leggerezza che forse è una delle cose più belle della crociera. Possiamo concederci un drink senza pensarci troppo, fermarci in un bar dopo una passeggiata sul ponte, andare a teatro la sera, vestirci meglio per una cena, restare a guardare il mare senza dover organizzare ogni dettaglio. Tutto sembra scorrere con un ritmo lento e protetto. Non siamo più noi a inseguire gli orari della quotidianità; è la nave a portarci, a cullarci, a suggerirci cosa fare.

Eppure, già dai primi giorni, iniziamo anche a capire una cosa che diventerà sempre più chiara: la crociera è meravigliosa per riposare, per staccare, per sentirsi coccolati, ma non sempre è il modo migliore per conoscere davvero i luoghi. Le soste hanno tempi limitati, gli sbarchi hanno flussi organizzati, le escursioni ufficiali seguono un passo medio che non sempre coincide con il nostro. Noi siamo camminatori incalliti. Siamo abituati a partire, perderci, deviare, allungare il percorso, fermarci davanti a un dettaglio, entrare in una strada laterale solo perché ci incuriosisce. In crociera, invece, spesso il viaggio a terra rischia di diventare una parentesi ordinata dentro una vacanza già organizzata.

La prima grande emozione arriva con le Cinque Terre. Qui decidiamo di seguire l’escursione ufficiale, e mai scelta si rivela più giusta. La guida è preparata, pratica, instancabile. Parla quasi senza interruzione, ma non in modo pesante: accompagna il paesaggio con le parole, lo interpreta, lo apre davanti ai nostri occhi. Le Cinque Terre non sono soltanto borghi colorati affacciati sul mare. Sono fatica antica, pietra, vigneti strappati alla montagna, muretti a secco, scale, sentieri, terrazze sospese tra cielo e acqua.

Mentre ci muoviamo tra quei paesi aggrappati alla roccia, capiamo meglio quanto la bellezza possa essere anche il risultato di una resistenza continua. I terrazzamenti non sono un ornamento. Sono la condizione stessa che permette di coltivare in un territorio difficile, ripido, quasi verticale. La guida ci racconta la fatica della viticoltura locale, la difficoltà di produrre vino in un luogo dove ogni filare sembra conquistato metro dopo metro. Da quelle vigne nascono vini noti come il Cinque Terre DOC e lo Sciacchetrà, passito dolce e liquoroso prodotto con uve Bosco, Albarola e Vermentino.

Guardiamo quelle colline e pensiamo che ogni bicchiere, lì, deve avere dentro anche il peso dei passi, delle mani, dei cesti portati su e giù, delle generazioni che non si sono arrese alla pendenza. Il mare è bellissimo, certo. I colori delle case sembrano messi lì apposta per essere fotografati. Ma la cosa che ci resta di più è proprio questa: la bellezza delle Cinque Terre non è comoda. È una bellezza conquistata.

Poi arriva Genova, e Genova ci regala la sorpresa più inattesa del viaggio.

All’inizio abbiamo un programma piuttosto semplice: vogliamo visitare l’Acquario. Sbarcati, ci dirigiamo verso il Porto Antico con l’idea di entrare e passare lì buona parte della giornata. Ma alla cassa ci dicono che l’attesa è di almeno tre ore. Tre ore, per noi che amiamo camminare, sono un’enormità. Ci guardiamo e capiamo subito che forse non è quella la strada giusta. Decidiamo di lasciar perdere e di andare a piedi, senza una meta precisa.

È una di quelle decisioni minime che cambiano completamente la memoria di un viaggio.

Perché proprio girando senza programma incontriamo un signore gentile, uno di quegli incontri che sembrano accadere solo quando si smette di forzare le cose. Si offre spontaneamente di accompagnarci, di farci vedere la sua Genova. Non una Genova da catalogo, non quella dei flussi turistici che scendono dalle navi e seguono la bandierina della guida. Ci porta dentro una città più vera, più stretta, più segreta. Genova è famosa per il suo centro storico, per i caruggi, per il rapporto profondo con il porto e per un’identità marinara e mercantile che attraversa i secoli.

Camminiamo con lui tra vicoli che da soli forse non avremmo imboccato. Ci mostra scorci nascosti, botteghe, mestieri antichi, dettagli che non stanno sulle mappe turistiche. Ogni angolo ha un racconto. Ogni strada stretta sembra avere un prima e un dopo. Genova ci appare verticale, ruvida, intensa. Non si concede subito. Va ascoltata. Va accettata nel suo disordine apparente, nella sua ombra, nella sua nobiltà un po’ nascosta.

Quel signore ci parla come se ci conoscesse da tempo. Non ha fretta. Non recita una spiegazione imparata. Ci dona il suo tempo, e questo rende tutto più prezioso. Alla fine vogliamo ringraziarlo almeno con qualcosa, ma non vuole essere pagato. Allora lo invitiamo a prendere un aperitivo in uno dei bar più caratteristici della città. Seduti lì, davanti a un bicchiere, sentiamo che quella giornata vale più di qualunque escursione organizzata. Siamo partiti per vedere l’Acquario e abbiamo trovato una persona. E quando un viaggio ti regala una persona, spesso ti regala molto di più di un monumento.

Con Marsiglia, invece, succede il contrario. Anche qui scegliamo l’escursione ufficiale, ma l’esperienza ci lascia un po’ di amaro. Non perché Marsiglia non abbia fascino. Anzi, sappiamo bene che ogni città ha una sua bellezza, una sua parte da decifrare, una sua voce. Marsiglia è una grande città mediterranea, antica, portuale, attraversata da culture, mercati, quartieri popolari e luoghi simbolici come il Vieux-Port, il quartiere del Panier e la basilica di Notre-Dame de la Garde, uno dei monumenti più visitati della città, celebre anche per la vista panoramica a 360 gradi.

Il problema è che la guida non riesce a farcela amare. O forse non riesce a farcela capire. E questo, in un viaggio, fa una differenza enorme. Un luogo può essere magnifico, ma se chi lo racconta non sa accendere la curiosità, resta distante. Marsiglia ci appare così: un po’ trattenuta, un po’ sfocata, come se fossimo passati accanto alla sua anima senza riuscire a entrarci davvero.

Ci resta comunque l’impressione di una città forte, marinara, più complessa di quanto si possa cogliere in poche ore. Forse, pensiamo, Marsiglia avrebbe avuto bisogno dei nostri passi liberi. Avrebbe avuto bisogno di una salita fatta con calma verso Notre-Dame de la Garde, di un giro senza orologio nel Panier, di un pranzo scelto seguendo il profumo e non il programma. Invece la viviamo dentro una cornice che non ci appartiene del tutto. E da quel momento la nostra convinzione diventa più netta: quando possibile, meglio muoversi da soli.

A Barcellona, infatti, cambiamo metodo. Usiamo il servizio della nave solo per farci portare verso il centro, fissiamo bene l’appuntamento per il ritorno e poi ci consegniamo alla città a piedi. Barcellona è una città che sembra fatta apposta per chi ama camminare. Ogni quartiere cambia ritmo, colore, prospettiva. La Rambla porta con sé il movimento continuo dei passanti; il Barri Gòtic conserva la trama medievale delle strade; le architetture moderniste raccontano una creatività urbana inconfondibile.

La Sagrada Família, capolavoro di Antoni Gaudí, è una presenza che non somiglia a nessun’altra. I lavori della basilica proseguono ancora oggi; Gaudí ne trasformò il progetto originario, imprimendovi il suo linguaggio personale, ricchissimo di simboli, forme naturali e decorazioni. Anche solo vederla dall’esterno significa trovarsi davanti a qualcosa che sembra crescere come un organismo vivente, più che essere costruito come un edificio.

Noi camminiamo con il nostro passo, che spesso è più veloce della media ma allo stesso tempo più attento ai particolari. Siamo capaci di macinare chilometri senza accorgercene, ma ci fermiamo davanti a un balcone, a una facciata, a una piazza, a una luce. Barcellona ci permette questo: ci lascia essere noi stessi. Non dobbiamo seguire un gruppo, non dobbiamo aspettare chi si attarda, non dobbiamo correre dietro a una spiegazione. La città ci arriva attraverso le gambe, gli occhi, il rumore, il caldo leggero della primavera, le vetrine, i palazzi, le persone.

In quella giornata capiamo che visitare in autonomia non significa vedere meno. Per noi significa vedere meglio. Significa scegliere il nostro rapporto con il luogo. Significa costruire un ricordo più personale.

Poi arriva Valencia, ed è una sorpresa luminosa.

Forse non la aspettiamo con la stessa intensità di Barcellona, e proprio per questo ci conquista. Valencia ha un equilibrio particolare: è mediterranea, solare, elegante, ma anche vivace e concreta. Il suo centro storico conserva monumenti importanti come la Lonja de la Seda, considerata uno dei più importanti edifici del gotico civile europeo e dichiarata Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1996. Allo stesso tempo la città guarda al futuro con la Città delle Arti e delle Scienze, con i grandi spazi urbani e con un’idea di modernità più ariosa.

Ma il ricordo più vivo di Valencia non è soltanto architettonico. Mentre camminiamo, ci troviamo nel mezzo di una sfilata con costumi d’epoca. È uno di quei momenti non programmati che fanno brillare una giornata. I nostri occhi beneficiano di colori, stoffe, gesti, abiti, movimenti. Non sappiamo all’inizio se si tratti di una rievocazione, di una festa locale o di una manifestazione tradizionale, ma poco importa: siamo lì, nel punto giusto al momento giusto.

La città, improvvisamente, non è più solo da visitare. È da guardare mentre vive. Le persone sfilano, i costumi raccontano un’identità, le strade diventano teatro. Noi restiamo a osservare con quella gratitudine silenziosa che si prova quando un viaggio aggiunge qualcosa che non avevamo chiesto e che proprio per questo vale di più.

La sera, ogni volta che rientriamo sulla nave, sentiamo un passaggio netto. A terra ci sono passi, scoperte, stanchezza buona, città attraversate in poche ore. A bordo torna il tempo sospeso della crociera. Ci cambiamo, ceniamo, ci lasciamo tentare da un altro drink, andiamo a teatro, seguiamo uno spettacolo, ascoltiamo musica, ci fermiamo nei saloni, guardiamo il mare scuro dai ponti esterni. La Costa Fortuna diventa la nostra casa provvisoria, un luogo in cui ogni rientro ha il sapore di una piccola festa.

Ci abituiamo in fretta ai ritmi lenti della vita di bordo. La colazione senza fretta. Il personale sempre disponibile. Le cene galanti. Le animazioni continue. Gli spettacoli serali. La possibilità di non pensare a nulla, almeno per qualche giorno. È un tipo di vacanza che coccola, e noi lo riconosciamo. Forse proprio perché nella nostra vita di viaggiatori amiamo camminare, organizzarci, faticare, perderci, la crociera ci appare come un lusso diverso: non il lusso dell’ostentazione, ma quello dell’abbandono.

Eppure il bilancio finale resta duplice, e forse proprio per questo più sincero.

La crociera è fantastica per il relax, per la comodità, per quella sensazione di essere portati da un luogo all’altro mentre il mare lavora al posto tuo. È meravigliosa per chi vuole staccare, per chi vuole vivere la nave, per chi ama gli spettacoli, i ristoranti, i servizi, i panorami sempre diversi al risveglio. Ma per visitare davvero i Paesi, per entrare nei luoghi, per capirne le sfumature, non sempre basta. A volte poche ore sono troppo poche. A volte una guida sbagliata può spegnere una città. A volte un incontro casuale, come quello di Genova, vale più di un’intera escursione.

Quando torniamo a Civitavecchia, alla fine della settimana, proviamo quella tristezza giusta che accompagna i viaggi belli. Non è malinconia pesante. È piuttosto la sensazione di dover lasciare un ritmo a cui ci eravamo abituati con sorprendente facilità. I drink, i teatri, le cene, le luci della nave, il mare fuori dalla cabina, gli sbarchi, i ritorni a bordo, le voci nei corridoi, le serate eleganti: tutto entra rapidamente nella memoria.

Scendiamo dalla Costa Fortuna con una certezza: abbiamo finalmente realizzato un desiderio che avevamo da anni. E lo abbiamo fatto a modo nostro, anche dentro una vacanza organizzata. Abbiamo seguito le escursioni quando valeva la pena farlo, come alle Cinque Terre. Abbiamo capito i limiti di una guida poco coinvolgente, come a Marsiglia. Abbiamo scelto la libertà dei nostri passi a Barcellona e Valencia. E a Genova abbiamo ricevuto il dono più inatteso: una città raccontata da un uomo gentile, senza prezzo e senza copione.

Forse è questo che resta davvero di quella crociera. Non solo la nave. Non solo le tappe. Non solo il mare. Resta la conferma che ogni viaggio, anche il più organizzato, trova sempre il modo di diventare personale quando lo attraversiamo con lo sguardo giusto. E noi, anche in crociera, continuiamo a essere ciò che siamo: due persone che amano partire insieme, camminare insieme, scoprire insieme, e trasformare ogni luogo in un pezzo della propria storia.